Alla presenza di Hugo Chavez, presidente del Venezuela e di Evo Morales, capo di stato indigeno della Bolivia, da ieri Rafael Correa è ufficialmente il presidente dell’Ecuador.
Alle 9.30, ora locale, è avvenuto il passaggio del testimone nella sede del Congresso di Quito, dove il giovane presidente ha tenuto giuramento e ha fatto il suo primo discorso da capo dello stato. Ma quello avvenuto ieri, nel cuore delle Ande, è stato qualcosa di più: un rito propiziatorio, simbolico, di enorme importanza per un capo di stato che si appresta a governare una nazione a forte presenza indigena, una maggioranza politicamente preparata e socialmente cosciente, che negli ultimi tempi ha fatto il bello e il cattivo tempo della politica ecuadoriana.
Scegliendo di officiare la celebrazione nella lingua madre dei nativi e di accettare il Baston de Mando, ossia lo scettro del comando simbolo di potere e saggezza, Correa ha lanciato un chiaro messaggio, poi rafforzato dalle parole: “Questo sarà il governo degli indigeni”, ha dichiarato. E, davanti alle migliaia di testimoni, ha ribadito che come prima cosa indirà un referendum per chiedere al popolo se sia d’accordo nel formare un’Assemblea Costituente che lavori a una nuova Magna Carta, prima tappa per un paese nuovo.
Ed è infatti notizia di oggi che il neopresidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha mantenuto le promesse fatte al suo elettorato: ieri sera , infatti, ha firmato un decreto con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione dovrà decidere se istituire un’Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una nuova Costituzione. Il presidente ha inoltre anche sottoscritto un altro decreto col quale ha stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo, autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese.
Il servizio di Federica Pennelli.
[ audio ]