Siamo a Mexicali, circa trecento chilometri a est di Tijuana. Città di frontiera, come Cd. Juarez, però a differenza di Cd. Juarez, questa città non cresce e non è cresciuta attorno allo sviluppo industriale della maquiladora. Certo la maquiladora esiste e paga. Paga poco, a differenza di Juarez, però paga. Ma la città sembra si sia sviluppata in modo autonomo. È strano, ma questa città sembra accogliente. Accogliente come sono i diversi luoghi di rifugio delle migliaia di migranti che frequentano questa frontiera. Prendendo l’autobus, al fondo delle strade che passiamo si vede il muro, un’alta rete di metallo, marrone, che divide Mexicali da Calexico. Sarà la dimensione ridotta della città nordamericana, sarà che Mexicali non è il prostibulo nordamericano come lo è Juarez, ma Mexicali sembra non soffrire la presenza nordamericana. Eppure Mexicali è una città di migranti. A decine ogni giorno arrivano qua con una sola idea in testa: attraversare quel muro, scavalcarlo, attraversarlo e giungere così in California, la terra dei mille sogni, delle mille promesse che, chissà, si realizzeranno.
Baja California Norte, così si chiama questo stato. Uno stato nato da quel che rimane della guerra di fine ‘800 tra Stati Uniti e Messico. In quell’occasione gli USA “rubarono” quasi un terzo di territorio messicano. E così la California messicana, quella in cui nascono Mexicali e Tijuana, si trasforma in terra di passaggio per tutti quelli che vogliono andare dall’altra parte. Da sempre è così. Nonostante politiche centrate nell’evitare la migrazione e fomentare la permanenza in territorio messicano, nonostante lo sviluppo promesso prima dalla politica economica “unidirezionale” volta a concentrare la produzione per il consumo interno sino a giungere all’implemento della politica neoliberale a partire dal 1982 con la promessa di offrire lavoro, nonostante tutte queste promesse c’è sempre stato chi ha scelto la via del “norte”. E così Mexicali diventa terra di passaggio.
Oggi ci troviamo qui e conosciamo le tre case del migrante che vi si trovano. Due con taglio cattolico, sostenute dalla diocesi locale, una laica, “decisamente laica”, come ci tengono a confermare le persone che la gestiscono. Tutte e tre comunque si occupano di appoggiare lo sforzo di decine che ogni giorno cercano di passare “del otro lado” e per tutti quelli che vengono espulsi. Tra i primi, la maggioranza sono messicani, tra i secondi tutti sono messicani, perché i centroamericani vengono o espulsi dagli statunitensi direttamente alle loro terre di origine o consegnati ai messicani che li detengono, li portano in manette a Città del Messico e da lì li espellono a loro volta.
E le storie che le decine di migranti portano con sé sono le più diverse e le più incredibili. Mille storie ogni anno. Mille storie di tentativi e speranze che molte, troppe volte si infrangono sull’uniforme di un agente della Border Patrol. Passano la frontiera con il coyote, come dicono qua al passeur, con una costanza che ormai fa pensare che per passare la frontiera non vi sia altro modo. Sembra che passare il confine ormai si sia “coyotizzato” potremmo dire. Pagare ed affidare la propria sorte in mano di un tipo che ti chiede, minimo, 1500 dollari, è la normalità. Che poi ti porti a destino, ti lasci a metà strada, ti venda alla “migra” o ti derubi, poco importa: questa è una scommessa che ognuno fa con il destino. Ma quel che è interessante è che mille storie passano dall’altra parte per poi tornare per lo stesso imbuto che le fa tutte uguali: l’espulsione e il passaggio materiale per la porticina bianca che utilizza il NIS (Servizio di Naturalizzazione e Immigrazione, americano) per restituire al Messico i migranti messicani espulsi. Una volta passata quella porticina, le storie ridiventano mille. Tra chi sogna il ritorno, tra chi cerca un’altra via, tra chi si arrende e dice “basta, torno a casa”, tra chi non sa cosa fare. Molti rimangono qui, a Mexicali, a lavorare, a cercare un’altra speranza.
Alle sette di mattina siamo davanti la Casa del Migrante “Betenia”. Noi cercavamo ospitalità, ma il posto apre appena alle sei di pomeriggio. Invece incontriamo quattro angoli a formare un incrocio davanti all’edificio del rifugio. Ai quattro angoli, decine di migranti, messicani e centroamericani, che attendono. Cosa?, chiediamo loro. Un lavoro. In pochi minuti giungono le automobili nice di gente che li porta a lavorare come muratori. 200 pesos per otto ore. Sì, quasi 20 euro per otto ore di lavoro. Non è male, diciamo, “però te pones una chinga”, ovvero ti spacchi la schiena. Ma loro sono contenti. In questo modo tirano su qualche spicciolo per pagare il viaggio di ritorno a casa o per sopravvivere mentre aspettano che qualche familiare, dagli USA, gli mandi i soldi per il “coyote”.
E questo è un aspetto importane. Perché la migrazione non è soltanto di chi cerca nuova vita, è di molti che cercano di ricongiungersi con la famiglia “del otro lado”. C’è poi la migrazione femminile, in rapido aumento negli ultimi dieci anni. Prima quasi non veniva percepita dalle statistiche in quanto veniva associata al marito, compagno, padre e la decisione era in mano loro. Oggi anche donne sole affrontano il viaggio. È il caso di Maria dello stato di Durango. Lei viaggia con un cognato, ma è alla ricerca di suo padre che l’aspetta in California. È stata arrestata dalla Border Patron che la ha minacciata di stupro. Al negarsi, è stata punita con tre giorni senza cibo, acqua e sonno. Infine espulsa. La incontriamo su un marciapiede, desolata, ma appena ci avviciniamo sfoga la frustrazione e la paura che si è presa. “Cosa farai?”. “Ho paura, ma ci riproverò”, dice.
Josè, dall’Honduras, diciassette anni. Luis, messicano, sedici anni che è stato espulso oggi ed arriva non senza entusiasmo alla casa-rifugio che ci ospita.
Passiamo la notte al Albergue Del Deserto, un centro di raccolta per migranti, quelli che vanno e quelli che vengono. Qui ospitano solo minori d’età e donne. Oggi non ci sono molti ospiti, ma ogni anno di qui passano più di 800 persone, donne e minori in cerca di una vita migliore. Humberto, 17 anni, è stato espulso oggi da San Josè, e ci racconta che domani ritenterà attraversare la rete metallica che lo separa da suo padre. Manuel invece, 16 anni, dopo l’esperienza di ieri notte, quando lo hanno mandato come carne da macello per primo a superare il muro per vedere cosa succedeva, è ancora impaurito e deciso a tornare a Toluca dalla sua famiglia che lo aspetta. Ci parla dell’Albergue Del Desierto, la direttrice Monica [ audio ], e dall’ufficio che dà le spalle alla “porticina” dalla quale passano gli espulsi, ufficio gestito dallo stesso Del Desierto, Rosario ci racconta le attività dello stesso. [ audio ]
Un’altra “casa per migrantes” è il Manà, di ispirazione cattolica che accoglie ogni anno un numero simile al rifugio Del Desierto, però ospita solo persone di sesso maschile e maggiorenni, persone di ogni età che aspettano il momento “giusto” per andare “al otro lado”, ognuno in una forma differente, chi per il deserto, chi con coyote, chi senza, chi con una scala per “saltare” il muro o la rete metallica, ma tutti con la stessa paura, lo stesso terrore che infonde la migra statunitense, visto che le voci corrono attraverso la frontiera. E’ il caso del giovane messicano ucciso con un colpo alle spalle dalla “border”; la sua storia ha percorso da Est a Ovest la lunga linea che separa i latini dai “gringo” americani. Ce ne parla Laura, cuoca e mamma per i migranti, “siempre al frente” [ audio ].
Dalla stazione di Mexicali, alle 5 del pomeriggio parte l’ultimo treno merci, per molti l’unico mezzo di trasporto per arrivare fino ad Altar, piccolo paesino nello stato di Sonora, negli ultimi tempi nuovo ritrovo per migranti. Il caso di Carlos, che stanotte prenderà il treno che lo avvicinerà all’appuntamento con il “coyote”. Una notte di freddo per giungere al confine da un’altra parte, un po’ meno controllata.
Mentre tutto questo succede, come sottofondo sonoro, da Los Angeles gli 88.8 FM di “de migrantes para migrantes” frequenza informativa, trasmette in spagnolo e inglese notizie, musica, informazioni e “dritte” per passare la frontiera della vergogna.