Sono davvero molte le considerazioni che potrebbero essere condotte circa la crisi del governo – o forse meglio, sul governo della crisi – , e senza dubbio nei prossimi giorni vi torneremo ampiamente. Per l’adesso vogliamo portare l’attenzione su alcune questioni sulle quali pensiamo si debba riflettere, come movimenti e come soggettività.
Innanzitutto la crisi dentro la quale oggi si dibatte il governo italiano è parte – avanzata, se vogliamo – di un campo più complessivo ed evidentemente globale, ci riferiamo qui alla crisi della sovranità in quanto forma del governo dell’Uno sui molti. E le grigie parole di Napolitano, intorno all’assolutezza della rappresentanza moderna contro quella della moltitudine in movimento, ne sono il sigillo: potere contro potenza, rappresentanza contro autonomia, governo contro movimento. Ma è un potere senescente quello che pronuncia quelle parole, un potere “moderno”, nostalgico della sua trascendenza, che non si arrende all’idea di dover lasciare il campo al “postmoderno”, all’immanenza del politico, ma che proprio per questa sua riluttanza ad andarsene può diventare estremamente pericoloso.
Abbiamo detto: alla crisi globale della sovranità corrisponde un altrettanto globale distendersi del comando sotto la forma della governance; ebbene, ciò che in Italia oggi si rivela in tutta la sua ampiezza è che non solo la governance nasce come risposta dei poteri capitalistici alla crisi dello Stato moderno ma essa si dà direttamente come crisi la quale, certo, può essere modulata differentemente (la governance che esprimono i governi di centrosinistra in America Latina e in Spagna, ma anche per molti versi quelli di centro destra in Francia e Germania, tendono a intercettare le espressioni che sorgono dentro il sociale in termini più di mediazione che non di scontro diretto) ma comunque essa si esprime dentro i termini, anche feroci a volte, della crisi verticale delle forme del governo. Per questo la governance si identifica tendenzialmente con lo stato d’eccezione che diviene però la norma e se, come diceva il giurista nazista, “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione” allora avremo più chiaro anche cosa significhi il 12° punto delle “tavole della legge” di Prodi, lì dove dice che nei casi di contrasto, ovvero di eccezione, decide lui e basta. Quali sono i casi d’eccezione? I 12 punti lo dicono esplicitamente e coerentemente: la guerra e le lotte autonome.
Questo ci porta ad affermare che la crisi della sovranità e la governance-crisi sono precedute e determinate dalle lotte: quello che è davvero critico per il comando è l’eccedenza moltitudinaria che si manifesta nelle lotte e nella resistenza che si danno in termini di molteplicità, è la loro irriducibilità a qualsivoglia forma del governo dell’Uno a mettere in scacco tutti i tentativi di addomesticamento. Si badi bene, è davvero troppo semplice pensare che “la manifestazione di Vicenza ha fatto cadere il governo”, non c’è mai linearità nella lotta di classe, ma è del tutto ragionevole invece affermare che la crisi della governabilità è data dall’eccedenza moltitudinaria che si rifiuta di farsi rappresentare per poi essere mediata all’interno di una compatibilità che non solo non gli appartiene ma nega ciò che essa esprime e cioè bene comune e autonomia, decisione condivisa e potenza costituente. L’anello debole della governance è esattamente nel suo essere in definitiva costretta nello stato d’eccezione, laddove esso segnala la presenza di resistenze eccezionali cioè. Spezzare l’anello debole è allora la chiave, ogni volta differente, della potenza delle moltitudini.
La crisi è oggi, per chi ha occhi per vedere, l’espressione della reciproca estraneità tra governo e movimenti, tra comando e moltitudine, tra potere ed esodo costituente. Ecco perché la discussione astratta sullo sbocco governativo della crisi è del tutto ininfluente per il destino dei movimenti, mentre non è vero il contrario. Ingovernabili sono i processi dell’autonomia, ingovernabili sono i beni comuni, ingovernabili sono le moltitudini. Questo è il tempo che viviamo.
Alcuni commenti sulla questione:
Marcello Tarì, Uninomade Nord-Est, sulla crisi della maggioranza insiste in modo particolare sull’ultimo dei dodici punti delle cosiddette "tavole della legge di Prodi" che dichiara che "in caso di contrasti decide il sovrano..."
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Luca Casarini, centri sociali del nord-est
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Francesco Pavin, Presidio permanente contro il Dal Molin
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