APPROFONDIMENTI

L’incontro si è tenuto giovedì 27 marzo 2008 presso il Centro Sociale Bruno

Trento - Gli audio dell’incontro "Cosa succede in Kosovo?"

Gli interventi della serata promossa dall’Associazione Ya Basta Trento in collaborazione con Osservatorio sui Balcani

Trento - Venerdì 4 aprile 2008

In apertura della serata è intervenuto Michele Nardelli, Osservatorio sui Balcani.

Non è scontato vedere così tanta gente quando si parla di Balcani, perché di solito non fa notizia.
Credo che questo sia importante, oltre allo stato d’emergenza. Del resto, la critica dell’approccio emergenziale nei confronti di questa regione e di qualsiasi altra regione del mondo è il senso stesso della nascita dell’Osservatorio sui Balcani, nato nel 1999 a ridosso dei bombardamenti della NATO su Kosovo e Serbia, perché proprio alla fine di quella guerra, durata 78 giorni, ci trovammo in alcuni, che lavoravano da anni sulla questione balcanica, a Venezia a un convegno internazionale, poiché l’argomento veniva affrontato solo perché era una situazione d’emergenza, così abbiamo deciso di creare quest’osservatorio permanente.
In questi anni l’Osservatorio ha cercato di costruire informazione sulla zona balcanica e da qualche anno ci siamo interessati anche alla Turchia e al Caucaso, poiché questi problemi non sono riconducibili solo a quella regione.
L’Osservatorio sui Balcani in questi anni è diventato il punto di riferimento italiano ed europeo per chi vuole saperne di più sulle vicende di questa regione europea.

Perché si pone attenzione a questa regione solo in casi di emergenza.

Molto spesso nelle regioni attigue a questa zona (vedi l’Italia), non c’è interesse nel conoscere geografia, lingua e cultura di questo luogo, si comincia a interessarsene solo quando fanno capolino sulle prime pagine dei giornali.
Questo è il male puro, visto che siamo nei tempi dell’interdipendenza e quello che succede al di là dell’Adriatico si riverbera immediatamente sul nostro territorio, e anche perché ormai le storie sono talmente intrecciate che è impossibile pensare di fare qualcosa senza rendersi conto di quello che avviene vicino a noi.
In questi giorni in cui si parla dell’indipendenza del Kosovo, si sono sentiti molti nomi quali Ossezia del Sud, dell’Abcazia, della Cecenia, per alcuni versi legata al tema dell’indipendenza, abbiamo sentito parlare della Transnistria, di cui molte persone non conoscono nemmeno l’esistenza, che è a tutti gli effetti uno stato.
Questi Stati sono importanti poiché sono stati il centro di modernizzazione per molti altri Stati e il luogo centrale di loschi affari mondiali.
I Balcani sono il fulcro della deregolazione e quindi è il luogo privilegiato per gli interessi economico-finanziari.

Perché tale rimozione nei confronti di un territorio che ci è cosi vicino.

Perché la complessità non rientra nei nostri schemi mentali poiché le situazioni in questi luoghi sono troppo complicate e caotiche.
Non dimentichiamo che la regione del Kosovo è stata a capo del comitato delle regioni non allineate che è arrivato a rappresentare 130 paesi, come una sorta di Stati Uniti, quindi avevamo a che fare con uno stato importante e significativo, ma forse oggi è ancora più importante studiare questa zona per i processi di modernizzazione, anche se si tende a pensare che siano solo dei paesi arretrati e non ci si accorge di questi processi che sono al centro dell’economia.

Cos’è successo negli anni novanta.

Tutti dicono che ci sia stata una guerra etnica, io vi dico che non c’è stata una guerra etnica, ma che lo è diventata: riguardava una classe politica che ha trovato nella guerra un modo per succedere a se stessa, una grande operazione di camaleontismo politico e pirateria economica.
Infatti se si vanno a vedere i nomi della politica del Kosovo, si nota che sono gli stessi che si trovavano nelle fila dei vecchi comunisti durante la guerra.
Questi stessi uomini sono diventati grandi privatisti delle multinazionali che hanno mano all’intera economia del Kosovo.
Quella che è stata chiamata guerra etnica in realtà è solo una facciata per nascondere la vera natura di questo conflitto puramente economico.
Nel 1989 ci fu la prima richiesta di entrare a far parte dell’Unione Europea da parte del Kosovo, inoltrata da Markovic, presidente dell’ex Jugoslavia in quel periodo, che non era poi diverso da altri stati che fecero richiesta in quel periodo.
Se fossero state accettate, la storia sarebbe stata molto diversa.
Non furono accettate poiché essendo un territorio molto diviso, l’Europa sperava di poter influenzare la zona per i propri interessi.
Il risultato è stato lo smembramento e l’implosione dell’ex Jugoslavia.
L’atteggiamento dei paesi europei di fronte a quell’implosione è stato il pensiero che dentro quell’implosione si potessero ricavare diverse aree d’interesse nazionale.
Nel 2002 come Osservatorio sui Balcani abbiamo lanciato un appello perché questa zona potesse entrare a fare parte dell’Unione Europea, per lanciare una manifestazione organizzammo un incontro tra il sindaco di Sarajevo Amandes e l’ambasciatore serbo presso la sede della sua ambasciata a Roma.
L’ambasciatore serbo chiese scusa al sindaco per quello che aveva fatto la sua gente alla popolazione di Sarajevo tenendola sotto assedio per tre anni e mezzo.
Il sindaco Amandes ha risposto che era molto felice delle sue scuse, ma era ben consapevole del fatto che se l’assedio era durato tre anni e mezzo era perché anche dalla sua parte qualcuno voleva che durasse così tanto, non la popolazione che subiva l’assedio e i bombardamenti, ma tutti quelli che ricavavano guadagno dagli aiuti umanitari e da quella situazione.
Così come nella guerra tra Milosevic e Tudjman avvenivano di frequente incontri tra questi due uomini per cercare di spartirsi prima la Bosnia-Erzegovina e poi per concordare le fasi del conflitto.

Il Kosovo è una regione grande quanto l’Abruzzo, molti si potrebbero chiedere come mai una regione tanto piccola crei così tanti conflitti.
La mia tesi è che tutto ciò non riguarda solo il futuro del Kosovo, ma quello dell’Europa, poiché si sta giocando una partita che investe il modo di intendere la politica europea, alla quale stanno partecipando anche gli Stati Uniti, che hanno costruito in Kosovo la più grande base militare d’Europa.
La partita è l’Europa e, paradossalmente, il suo aspetto meno nobile, l’euro.
Oggi l’Europa e la sua moneta sono l’elemento per riaprire una dialettica internazionale.
Non dimentichiamo che l’inizio della seconda guerra del Golfo è avvenuto il giorno in cui Saddam Hussein ha deciso di convertire dal dollaro all’euro le proprie riserve commerciali in Svizzera, perché gli Stati Uniti hanno da sempre usato il dollaro come strumento di esportazione della propria crisi interna.
Lo scontro che oggi si gioca in Kosovo è lo scontro tra due diverse logiche di vedere l’Europa, e quindi della riapertura di una dialettica internazionale chiusa dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989: quindi si gioca una partita che va ben oltre i confini di quella piccola regione grande quanto il nostro Abruzzo.

Come nasce la crisi del Kosovo.

Il 28 giugno 1989 nella storia della Jugoslavia è una data cruciale: il 28 giugno 1914 venne assassinato per le strade di Sarajevo l’arciduca Francesco Ferdinando, dando inizio alla prima guerra mondiale, poi il 28 giugno 1948 c’è stata la rottura tra Stalin e Tito; il 28 giugno 1974 è stata scritta la nuova costituzione Jugoslava con cui veniva riconosciuta la Bosnia-Erzegovina e l’autonomia del Kosovo, e nel 1989 venne organizzato da Milosevic il grande raduno nella piana di Campo dei Merli (conosciuto come "Kosovo Polje"), quando disse "mai più qualcuno alzerà la mano contro i serbi".
E’ paradossale il fatto che la guerra che poi lacererà la vecchia Jugoslavia inizi il 28 giugno 1989 in Kosovo: la guerra inizia in Kosovo alla piana dei Merli e poi per dieci anni in Kosovo la guerra non ci sarà, come invece ci sarà nel resto della Jugoslavia, ed è interessante perché per dieci anni si vede un tentativo di gestione nonviolenta di un conflitto che da lì era nato ed aveva avviato il processo di disgregazione della vecchia Jugoslavia.
Non è facile pensare a una gestione nonviolenta in un territorio in cui il concetto di difesa territoriale è messo al centro dell’organizzazione stessa di difesa del paese.
Quest’organizzazione prevedeva che le persone, le famiglie, fossero armate, che ciascun cittadino fosse partecipe della difesa del proprio paese.
Quei dieci anni di difesa nonviolenta che caratterizzò la leadership di Ibrahim Rugova in quel periodo che va dal 1989 al 1998 è un fatto di straordinario rilievo, niente affatto scontato in un contesto impregnato di militarismo.
Il 15 giugno 1991, è da ricordare, che l’LDK e Ibrahim Rugova organizzarono il funerale della violenza in un contesto che dopo qualche mese avrebbe scatenato un conflitto molto violento e questo dimostra come lì si era cercato di sperimentare un metodo diverso, ma quella strategia venne poi travolta da dei meccanismi che determinarono la legittimità da una parte dei signori della guerra, che in Bosnia avevano determinato un conflitto, tanto che la pace di Dayton - firmata da Milosevic, da Itzebegovic e da Tudjman, che vengono legittimati per aver fatto la guerra tra di loro rivendicando la propria dimensione nazionale, e poi dal sostegno verso l’UCK che aveva una strategia completamente diversa da quella dell’LDK di Ibrahim Rugova, l’appoggio degli Stati Uniti e dell’ UCK - determinò la fine di quella strategia e l’avvio di una perdita di fiducia verso la strategia nonviolenta di Rugova.
Prima dell’inizio dei 78 giorni di bombardamenti sul Kosovo e sulla Serbia ci furono le trattative di Rambouillet, che avevano quasi portato ad un accordo tra le parti, ma che venne poi fatto saltare.
La pace firmata a Kumanovo, firmato alla fine dei 78 giorni di bombardamenti da parte della comunità internazionale contro la Serbia, determinò un esito che dal punto di vista del grado di autonomia del Kosovo era inferiore a quello già previsto e raggiunto negli accordi raggiunti e poi saltati di Rambouillet.
In Kosovo, dal 1999 al 2006, da parte della comunità internazionale, sono arrivati dai 15 ai 20 miliardi di dollari, cifra che non ha nulla a che vedere con la dimensione di quel territorio: la disoccupazione va dal 49% al 60%, nel 2003 il PIL del Kosovo era dato al 50% dalla rimessa degli immigrati.
Questi dati ci dicono che in qualche modo si ha a che fare con un paese che vive grazie alla presenza internazionale e che ciononostante ha una condizione di grave difficoltà e indigenza e di problemi che non sono stati risolti, non ultimo quello della guerra e quello dell’Uranio Impoverito, ma anche che è un paese che non ha una sua economia, tant’è che se al giorno d’oggi andiamo in Kosovo si nota che sembra un grande Bazar dove si vende di tutto e dove non si produce niente. Il problema dei giorni scorsi, dopo le trattative di Vienna che si sono concluse con un nulla di fatto, sostanzialmente, si pone di fronte a due diritti inconfutabili e inconciliabili allo stesso tempo.
Il primo, quello della popolazione albanese e kosovara, che sostiene il diritto all’autodeteminazione, e il secondo, dove per il Diritto Internazionale, vige la sovranità e l’intangibilità dei confini degli stati, che possono essere cambiati solo tramite un accordo di equilibrio tra le parti.
Un altro mezzo per entrare a far parte dell’Europa per l’area balcanica è quello di smettere di pensare soltanto al proprio nazionalismo e all’autodeterminazione dei popoli, ma entrare in un’ottica europea.

Cosa accadrà nel prossimo periodo in Kosovo.

Secondo me non succederà nulla perché siamo tutti stanchi di guerra e sia il Kosovo che la Serbia non hanno intenzione di approfittare del clima in cui ci troviamo al giorno d’oggi.
Quello che accadrà veramente sarà la continuazione della vita in questo incubo di violenza che abbiamo visto.
Il rischio è che anche le altre comunità che chiedono l’indipendenza seguano il cattivo esempio del Kosovo.

-  [ audio ]

E’ seguito poi l’intervento di Fabrizio Bettini, Operazione Colomba, del Tavolo trentino per il Kossovo, e le testimonianze di tre ragazzi del gruppo studio sul conflitto in Kosovo: questi ragazzi appartengono a diverse comunità (serba, kosovara, albanese e rom) e hanno fatto lo sforzo di riconciliazione e conoscere quelli che, nelle loro regioni, sono considerati come nemici.

Testimonianza n. 1: Nardine
Mi chiamo Nardine e faccio parte del gruppo di studio che è stato creato quattro anni fa su iniziativa dei ragazzi che hanno voluto cambiare qualcosa nella loro società. Noi come gruppo di giovani, vista la situazione in Kosovo, abbiamo preso l’iniziativa di incontrarci e confrontarci tra di noi, cercando di capirci a vicenda. Noi la guerra l’abbiamo vissuta in prima persona e abbiamo deciso di incontrarci e superare gli ostacoli che dividono la nostra gente. Prima di far parte del gruppo studio non ci conoscevamo, ma è stata una nostra iniziativa cominciare questo progetto. Tutti noi abbiamo avuto la possibilità di esprimere le nostre emozioni. Adesso siamo riusciti a superare questi ostacoli e non ci vediamo più come nemici e siamo determinati a far continuare questo percorso.

Testimonianza n. 2
Io faccio parte di un altro gruppo di studio che è nato nello stesso periodo dell’altro. Questi due gruppi sono nati da un’idea di Fabrizio, per un anno siamo stati separati, abbiamo parlato dei diversi problemi che ci troviamo davanti quotidianamente. Quattro anni fa ci sono stati dei dubbi da entrambe le parti e abbiamo voluto incontrarci per chiarire, e dopo un anno abbiamo deciso di cominciare a collaborare: da quel momento abbiamo iniziato un percorso assieme.

Testimonianza n. 3: Albert
Mi chiamo Albert e faccio parte del settore elaborazione e trasformazione del conflitto dell’associazione Tavolo trentino con il Kosovo. Il settore in cui lavoro è frutto del lavoro di tre anni del gruppo di studio, lo scopo principale di questo gruppo è di stabilire dei legami tra i due diversi gruppi; l’unica maniera di mettere a contatto queste due realtà è di visitare i posti di entrambe, ci sono diverse attività che svolgiamo, la più importante è quella degli accompagnamenti, un lavoro molto importante come, ad esempio, portare un ragazzino di dieci anni per la prima volta all’ospedale in città che dista solo 7 chilometri dal paese. Il problema della mobilità non è più dovuto alla sicurezza del paese, ma è nella testa della gente. Nonostante tanti problemi che ci sono in Kosovo, ci sono molti cittadini che vogliono risolvere i problemi lavorando attivamente in prima persona.

-  [ audio ]

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