Emergenza abitativa. Sugli sfratti l’amministrazione non ha rispettato l’accordo con Prefettura e Tribunale
Sette famiglie in cerca della casa - sede Agec occupata per 10 ore
È uno di quei casi in cui il cinismo della burocrazia si mescola con l’ipocrisia della politica. Lo scenario è il salone del palazzo che ospita la sede di Agec, in via Noris, occupato per 10 ore, dalle 11 alle 21, da sei donne straniere (tre del Marocco, due della Nigeria e una della Tunisia) con nove bambini al seguito e da una coppia albanese-rumena. Sono i protagonisti di una rappresentazione degna del miglior teatro dell’assurdo, dove le comparse sono i volontari della “Rete sociale per il diritto alla casa” e il coordinatore del Movimento migranti Khaled, il presidente di Agec Giuseppe Venturini, il direttore generale Sandro Tartaglia e il dirigente della Digos Luciano Iaccarino. Altri, come il prefetto Italia Fortunati e gli assessori Pierluigi Paloschi (Politiche della casa) e Stefano Bertacco (Servizi sociali) non c’erano ma venivano evocati. I motivi dell’occupazione sono diversi: due famiglie hanno ricevuto l’ingiunzione di sfratto e devono liberare le case mercoledì e giovedì. Le altre da anni aspettano un’abitazione a canone convenzionato. Sono tutte in regola: hanno il permesso di soggiorno, sono residenti a Verona da oltre 10 anni, il padre di famiglia lavora regolarmente. E sono integrati: l’esempio lo danno i bambini, che vanno a scuola e parlano un italiano perfetto. Ogni famiglia è un caso a sè: al nigeriano Aghimir è stata assegnata una casa a Poiano. «Ma non ha ritirato le chiavi», si lamenta Venturini. Il motivo è lampante: l’Agec gli ha chiesto un deposito cauzionale di un anno di affitto, circa 6 mila euro. E la cosa, dato che si tratta di abitazioni concesse a chi ha un reddito molto basso, si spiega con una sola parola: assurdo. Hoti Hamza, albanese di 48 anni, ha invece ricevuto l’esecuzione di sfratto per il 24 luglio, dopodomani. Hoti ha tre costole rotte e una gamba fratturata a causa di un brutto incidente stradale. Per questo è disoccupato e per il momento lavora solo la moglie rumena. Del caso si è interessata anche il prefetto Italia Fortunati che il 14 luglio ha scritto all’assessore Bertacco e al presidente del Tribunale ricordando «le intese assunte nel corso della riunione svoltasi il 18 marzo scorso» a proposito dell’emergenza sfratti. Il presidente del Tribunale risponde il 16 luglio scrivendo «che l’accordo relativo all’emergenza sfratti, di cui si era discusso in occasione dell’incontro da Lei ricordato, ove si auspicava un “rallentamento” delle procedure di sfratto in casi particolari, non ha poi avuto alcun seguito». Alla faccia della conclamata emergenza. E poi c’è il caso di Hassan che a cusa di uno sfratto è stato costretto a dividersi dalla moglie e dalle due bambine che da marzo sono ospitate in una casa d’accoglienza gestita dalle suore. Per questo il Comune paga alla Diocesi 105 euro per ogni bambina al giorno (la mamma non paga). Questo vuol dire che l’amministrazione negli ultimi 4 mesi ha già sborsato 26 mila euro, e senza risolvere il problema. «Avevamo chiesto all’assessore Bertacco un aiuto per pagare i 3 mila euro che questa famiglia aveva di arretrati, somma che avrebbe restituito nel tempo - spiega Giorgio della “Rete sociale per il diritto alla casa” - ma Bertacco ha detto no e ad oggi hanno già pagato 26 mila euro». Assurdo. Alla 18 per mediare arriva il dirigente della Digos Iaccarino. E promette che l’indomani (oggi, ndr) l’assessore Bertacco incontrerà le famiglie, singolarmente. Episodio sintomatico: una mediazione politica svolta da un dirigente della Digos. Alla fine le donne si convincono e vanno via. Dalle 9 saranno a Palazzo Barbieri.
Fonte: Corriere di Verona, 22/07/2008
VERONA. Passano gli anni. E a Verona non cambiano né le emergenze, né le storie, né i tentativi di cambiarle. C’era la neve a novembre del 2005. Era inverno nel 2006. E c’erano, allora come oggi, quelle che si chiamano "emergenza sfratti" ed "emergenza abitativa", ma che di "emergenza" non hanno nulla. E’ una realtà incancrenita, quella del bisogno di case che attanaglia Verona. E ieri mattina, come tre o due anni fa, sei famiglie con otto bambini piccoli di cui uno di appena dieci giorni, hanno occupato la sede dell’Agec, con il supporto della rete sociale per il diritto alla casa. Sono famiglie marocchine, tunisine e albanesi. Famiglie in regola, alcune anche con quei "requisiti" - ad esempio i dieci anni di residenza - che recentemente hanno modificato le graduatorie per l’assegnazione di un alloggio pubblico. Eppure quelle sei famiglie sono senza una casa. Alcune da anni. Una vive in un residence, a spese del Comune. Per Said, i suoi tre figli e sua moglie da un anno e mezzo palazzo Barbieri spende centinaia di euro alla settimana. Ma una casa non gli è stata assegnata. Due nuclei da tre anni sono ospitati in una casa-alloggio dei servizi sociali in via Tunisi. Ma dovranno uscire. Due sono in affitto da privati, ma hanno avuto lo sfratto per fine locazione. E da quegli appartamenti a Poiano e in via Velino, per i quali hanno sempre pagato regolarmente la pigione, dovranno uscire domani e dopodomani. Un’altra famiglia era stata sfrattata a marzo da un alloggio in via Lazise. C’era un arretrato di affitti da pagare sui 5 mila euro. La madre e le due bambine sono state mandate al Cerris. Per loro il Comune ha speso finora 26mila euro, quando quella famiglia aveva chiesto solo un aiuto per appianare la morosità. Ma le storie che si sono intrecciate ieri all’Agec seguono filoni diversi. Come quello della famiglia marocchina che una casa pubblica l’ha avuta assegnata, eccome. Una di quelle nuove in via Trezza. Ma il canone che era previsto di 372 euro è stato aumentato a 492 e l’Agec ha chiesto un anticipo di 12 mensilità, quasi seimila euro. E con quattro figli il capofamiglia le chiavi di quell’appartamento non è neanche mai passato a ritirarle. Tutte queste storie, tutte queste persone, tutte queste "criticità" si sono presentate ieri mattina all’Agec. In mano avevano i loro incartamenti. Quelli per le graduatorie, tutte troppo basse come punteggio. Le loro attese e le loro aspettative. Quelle disilluse. Come quel "tavolo" che doveva nascere dopo l’incontro in prefettura del 18 marzo scorso, che doveva "gestire" le emergenze ed evitare quelle legate agli sfratti esecutivi, creando una rete d’assistenza. Tavolo che come ha ricordato il presidente vicario del tribunale Dario Bertezzolo, in una lettera all’avvocato Roberto Malesani che segue le famiglie, "non ha poi avuto seguito". Eppure alcuni di quei casi erano stati segnalati al Comune anche dalla prefettura. Ieri sono arrivati tutti all’Agec, chiedendo se non altro l’applicazione di quel comma della legge regionale che prevede il salto di graduatoria per l’assegnazione di alloggi, in particolari casi di difficoltà. "Andate in Comune" è stata la prima risposta del presidente Giuseppe Venturini, quando li ha visti. "Qui non si fa politica. Ricevo tutti ma non apro tavoli con nessuno". E in effetti così è stato. Dagli uffici aziendali Venturini ha fatto controllare le varie posizioni. Si è dichiarato disponibile a incontrare una famiglia alla volta ma loro chiedevano che fossero presenti anche gli assessori ai servizi sociali e all’edilizia pubblica. E lui, il presidente, poco prima dell’una se n’è andato. "Uno non ha ritirato le chiavi, un altro non ha diritto, gli altri quattro li vedo lunedì", ha detto. Ma vallo a spiegare a gente che domani deve uscire di casa. O spiegalo a chi le chiavi le lascia, perché quei prezzi di edilizia pubblica convenzionata sono alti quasi quanto quelli dell’edilizia privata. "Non abbiamo case - ha spiegato Venturini. Da qualche anno il parco alloggi è fermo. Abbiamo ottocento domande, ne riusciamo ad evadere il dieci per cento. Se arriveranno i finanziamenti promessi dalla Regione prossimamente dovremo avere altri cento alloggi, una quarantina dalla delibera comunale sulla Sacra Famiglia. La legge regionale sull’emergenza abitativa? Sono al massimo sette appartamenti disponibili all’anno". In pratica una guerra tra poveri, quella che si sta giocando sul fronte abitativo. Chi passa anni in graduatoria, chi quegli anni non li può aspettare perché non ha un tetto. Sono rimaste nella sede dell’Agec tutto il giorno, le sei famiglie e gli attivisti della rete di sostegno. E’ stato l’intervento del dirigente della Digos Luciano Iaccarino e dell’assessore ai servizi sociali Stefano Bertacco, a sbloccare la situazione. Il primo a fare da "tramite" tra occupanti e azienda. Il secondo che si è reso disponibile, già da stamattina, a incontrare le famiglie, per valutare ogni singolo caso. Quello che si poteva fare già ieri mattina all’Agec, senza rinviare gli appuntamenti a lunedÏ prossimo.
VERONA - "Vogliamo che Comune e Prefettura intervengano sulla questione urgentissima dell’emergenza abitativa con un blocco di tutti gli ordini di sfratto che dovrebbero essere eseguiti nei prossimi giorni". Parole forti e chiare quelle utilizzate ieri dagli attivisti della Rete sociale per il diritto alla casa che hanno occupato la sede dell’Agec. "Chiediamo che le autorità si attivino per trovare una soluzione - era scritto sul volantino che è stato distribuito all’esterno dell’azienda e attaccato ai muri-. Non si può tollerare il fatto che esistano appartamenti sfitti o abbandonati, esclusivamente per volontà dei proprietari che preferiscono tenere vuote le loro proprietà invece di offrirle a chi ne ha bisogno". E come soluzione hanno proposto l’eventuale requisizione delle stesse abitazioni da parte di sindaco o prefetto, per poi destinarle a chi effettivamente le necessita. Un’emergenza che colpisce in particolare le famiglie degli immigrati, arrivati a Verona per cercare lavoro. "Creeremo delle cooperative autorganizzate dagli stranieri precari - hanno spiegato gli attivisti - a cui dovrebbero essere affidati progetti di recupero di tutte quelle abitazioni in disuso". C’è anche la proposta di trasformare le vecchie caserme dismesse e sottoutilizzate in alloggi popolari. "A Verona ci sono circa diecimila alloggi sfitti - hanno ricordato -, è una vergogna". Ma la protesta non si è rivolta solo contro l’Agec. Si è tornati anche sulla denuncia della politica discriminatoria di alcune aziende immobiliari scaligere che rifiutano di affittare agli immigrati. "Il Comune spende inutilmente migliaia di euro attraverso i Servizi Sociali ma si dimentica di garantire il diritto primario alla casa, discriminando i nuovi cittadini con politiche razziste". Misure che rendono sempre più precaria la sopravvivenza dei migranti presenti in città. "Quando le famiglie vengono sfrattate, capita molto frequentemente che siano costrette a dividersi" ha denunciato la Rete sociale per il diritto alla casa. Secondo la rete per il diritto alla casa la soluzione più rapida ed efficace potrebbe consistere in una nuova modifica ai parametri abitativi stabiliti dall’amministrazione comunale. "Non si possono rendere precarie le vite di tutte queste persone che hanno deciso di abitare a Verona per migliorare la propria condizione - hanno ribadito i manifestanti -. Solo garantendo l’idoneità alloggiativa, si può fronteggiare l’emergenza".
Fonte: L’Arena, 22/07/2008
EMERGENZA ABITATIVA. Un gruppo di donne maghrebine, con i loro bambini, si è piazzato nel salone dell’ente per avere un appartamento
Agec occupata dagli sfrattati
Qualcuno vive già da tempo in case di accoglienza, qualche altro sta per venire sfrattato entro pochi giorni: le loro storie sono diverse, ma tutte accomunate dalla paura di ritrovarsi all’improvviso sulla strada, senza un tetto per sè e per i propri bambini. E così, per chiedere ascolto, ieri mattina sei famiglie di immigrati (tunisini, marocchini, albanesi) hanno occupato il piano terra della sede centrale dell’Agec, in via Enrico Noris, angolo piazza San Nicolò: un gesto provocatorio per ribadire con maggiore forza il diritto alla casa. A compiere la pacifica occupazione sono state però prevalmentemente le donne, coi loro piccoli in braccio o per mano (gli uomini di giorno sono al lavoro): insomma, una sorta di «occupazione matriarcale», con queste giovani dagli occhi scuri decise a non muoversi di un passo nemmeno quando il presidente dell’Agec Giuseppe Venturini, affiancato dal direttore generale Sandro Tartaglia, ha rinviato l’incontro con le singole famiglie a lunedì prossimo, promettendo che almeno le quattro che hanno i requisiti in regola vedranno una soluzione del loro caso. Ma loro non se ne sono andate, irremovibili nella decisione di avere una risposta concreta, con i bambini che improvvisavano un gioco di aquiloni di carta fatti con i volantini Agec, preoccupate solo di trovare qualche panino e dell’acqua per sè e soprattutto per i più piccoli, mentre alle 11.30 si chiudeva la porta di ingresso al pubblico e gli occupanti restavano a loro volta «prigionieri» del palazzo dell’Agec. Ad accompagnare il gruppo degli immigrati c’erano i volontari della Rete sociale per il diritto alla casa, composta dal Coordinamento migranti e dal collettivo Metropolis, tra cui il responsabile della Rete Ben Ammar Khaled. Tra gli altri, a chiedere condizioni di vita accettabili, c’è anche Nadir, che ha solo 10 giorni, sta in braccio alla mamma Leila Zegihdi, tunisina, che di figli ne ha altri tre: lei vive coi bambini alla casa accoglienza di via Tunisi, anche Nadir è nato lì, ma tra qualche giorno rischiano di ritrovarsi tutti e cinque sulla strada; il marito Mezri Sakama dorme già in macchina. Ed è proprio Leila che, di fronte alle parole del presidente dell’Agec Giuseppe Venturini che li rimanda a lunedì prossimo, spiega così la decisione di non andarsene: «Qui si sta bene, molto meglio di dove abitiamo, è grande, almeno abbiamo un tetto». Insieme a lei, ci sono le famiglie di Said Rebass che da tre anni alloggia al residence Manager, da dove sta per essere mandato via; Said Sadif, con la moglie Saadia Bohrdune e tre figli, che saranno sfrattati domani dalla casa di via Velino in cui vive, non per morosità ma per fine locazione: «Abbiamo ormai raggiunto i 20 punti nella graduatoria Agec e abbiamo maturato il diritto alla casa». E poi Hoti Hamza, invalido per un incidente sul lavoro, che abita con la moglie a Poiano e che sarà sfrattato dopodomani; Aghimien Whunmwhugho, a cui sarebbe stata restituita la casa in affitto che abitava pagando 373 euro mensili fino al 18 maggio 2007 con un nuovo affitto di 500 euro e con la richiesta di un anticipo di 12 mensilità: seimila euro impossibili per lui da trovare. «Di questa situazione autorità e Comune sono al corrente da tempo, ma non hanno voluto trovare una soluzione», spiega Giorgio Brasola, membro della Rete. «Prefetto, presidente del tribunale e amministratori comunali si sono incontrati insieme all’avvocato Roberto Malesani che aveva chiesto una sospensione degli sfratti: presidente del tribunale e prefetto erano stati favorevoli a trovare una soluzione che però spetta al Comune, ed è proprio il Comune che ha dimostrato disinteresse, lasciando cadere la situazione. Anche oggi avevamo invitato gli assessori Bertacco e Paloschi ma nessuno si è fatto vedere. Sappiamo», prosegue, «che esiste una legge regionale in cui all’articolo 21 si afferma che il cda dell’Agec può decidere di assegnare una abitazione anche a chi non è in regola con i requisiti richiesti: le persone che oggi sono qui vedono la loro storia trascinarsi da anni senza alcun interessamento delle autorità, mentre a Verona ci sono 10.000 alloggi sfitti». Il presidente Agec Giuseppe Venturini aveva invitato inizialmente le sei famiglie a salire con lui al secondo piano, escludendo però che fossero accompagnate dai volontari della Rete o da chiunque altro. La situazione si è sbloccata poco prima delle 21 grazie alla mediazione del dirigente della Digos Iaccarino e alla disponibilità dell’assessore Bertacco che oggi riceverà le famiglie.
«Solo chi ha diritto avrà l’alloggio, gli altri no»
«Un blitz organizzato contro di noi, che non siamo stati avvertiti di questa situazione. Chi ha il diritto ad una abitazione vedrà risolto il suo problema, lunedì prossimo sono disponibile ad incontrare le famiglie, ma non tutte hanno i requisiti necessari per avere un alloggio, due ad esempio non sono in regola in quanto non hanno posizioni regolari con il lavoro e con la residenza». Afferma così il presidente dell’Agec Giuseppe Venturini, quando alle 12.30 circa scende per la seconda volta al piano terra per incontrare gli occupanti. Venturini si era già presentato poco dopo l’arrivo degli immigrati e dei volontari, invitando solo le sei famiglie in questione, senza i volontari della Rete e del Coordinamento, a salire con lui nel suo ufficio per discutere. Ma nessuno di loro si era mosso, anche perché la maggior parte delle famiglie non era al completo. «Da qualche anno a Verona non si costruiscono più alloggi popolari», cerca ancora di spiegare Venturini. «L’entità degli alloggi rispetto alla domanda è minima, ci sono circa 800 casi di emergenza abitativa ogni anno, di cui riusciamo ad evadere solo il 10 per cento. Speriamo in un finanziamento della Regione Veneto necessario per la costruzione di nuovi alloggi. Per fortuna una quarantina di alloggi alla Sacra Famiglia entro quest’anno ci saranno concessi e questi serviranno per tamponare alcune emergenze». Di fronte alle proteste dei rappresentanti del coordinamento, Venturini si arrabbia, soprattutto quando parte qualche accenno al carattere «politico» delle scelte dell’Agec: «Noi ci atteniamo alle regole e alla prassi, tutto il resto non sono che illazioni». Da oggi forse il Comune, con l’assessore Bertacco, darà udienza a ciascuna famiglia, una per volta, per esaminare le singole situazioni e verificare se esistono regolari domande all’Agec.
Fonte: DNews, 22/07/2008
Senza casa. Undici ore di tensione ieri nella sede di via Noris, deve intervenire anche la Digos
Sfratti con presidio e lite all’Agec
«Presidente, giovedì vengo a dormire a casa sua», grida l’albanese Hoti Hamza, agitando una stampella, quando Giuseppe Venturini, presidente dell’Agec, scende le scale dal suo ufficio e sbuca nell’atrio. Botta e risposta durissimi, con qualcuno che gli urla in faccia la rabbia e lui che avverte: «Vi faccio mandare via». La rabbia è quella di sei famiglie di immigrati, che ieri hanno protestato con un presidio di undici ore nella sede dell’azienda di via Noris contro gli sfratti imminenti che nel giro di pochi giorni rischiano di lasciarli in strada. Due donne con bambini piccoli, una coppia, più altri nuclei si sono piazzati lì dalla mattina, pranzando con qualche panino portato da alcuni volontari della Rete sociale per il diritto alla casa. E minacciando di non muoversi, se non dopo aver ottenuto soluzioni. Sono arrivati i vigili e anche una volante della polizia, mentre in Prefettura si teneva una riunione per decidere il da farsi. Il braccio di ferro è andato avanti fino alle sette di sera, quando Luciano Iaccarino, dirigente della Digos, ha riferito agli autori del presidio dell’impegno assicurato dall’assessore ai servizi sociali Stefano Bertacco a riceverli il giorno dopo in Comune. La risposta: «Vogliamo un impegno scritto». Alle 21 la proposta risolutiva: incontri a oltranza con Bertacco oggi e impegno del Comune a interpellare il tribunale per rinviare gli sfratti imminenti ed esaminare uno ad uno i casi. E i migranti sono andati a casa. Venturini, invece, aveva promesso di ricevere le famiglie lunedì. Ma per alcuni di loro sarà già scattata l’ora X. Il primo sfratto scoccherà domani e toccherà a Leila Zegihdi, tunisina di 27 anni, madre di quattro bambini ora alloggiata in una casa di accoglienza in via Tunisi. Gli altri a seguire. Khaled Ben Hammar, del coordinamento migranti, spiega che la protesta orchestrata con la Rete sociale e il collettivo Metropolis è contro la non volontà di dare risposta a tanti casi disperati e che nei confronti degli immigrati persiste una linea discriminatoria: «Ci sono famiglie in graduatoria con tutti i requisiti che si vedono negata la casa. Ci sono i servizi sociali che stanno cercando di buttare fuori una donna con figli. C’è un nigeriano che si è visto aumentare il canone. Noi chiediamo che Comune e Prefettura intervengano per bloccare gli sfratti e che chi è in emergenza abbia diritto alla concessione di una casa». Leila Zegihdi figura tra questi casi. Ha un piccino di dieci giorni in braccio e altriche saltellano attorno di quattro, otto e nove anni. Da dieci anni è in Italia, suo marito da venti. «Lui lavora, ma siamo senza casa - dice -. Pagavamo, ma ci hanno dato lo sfratto. Io sono in un alloggio di accoglienza, lui dorme in auto o da amici. E anch’io ora devo andare via». Vicino a lei c’è Saadia Bahroune, 36 anni, figli di uno, tre e sei. Dieci anni a Verona, marito che lavora, sfratto dalla casa in via Romagna da 500 euro al mese. «All’Agec sono messa male in graduatoria. Case sul mercato non le troviamo: a noi immigrati non le affittano». Hoti Hamza, albanese, è sposato con la rumena Elisabeta e giovedì dovrà lasciare la sua casa di Poiano. Ha avuto un incidente in auto e un’operazione al cuore, non lavora. Lei fa le pulizie, ma il reddito non basta per ottenere una casa. «Dove andremo? In strada». E poi c’è il nigeriano Aghimien Uhunmwhngho, casa Agec in via Caccia, che si è visto alzare il canone da 373 a 492 euro, più la richiesta di 5.906 euro anticipati per 12 mensilità. «Non è mai venuto a ritirare la chiave - accusa il presidente Venturini -, poteva fare una polizza fidejussoria». Controreplica Ben Hammar: «A chi ha il reddito basso le banche non le fanno».
Rete sociale chiede di fermare tutto e requisire le case libere sul mercato
Attivata anche una linea telefonica per gli aiuti.
Bloccare tutti gli sfratti e requisire le case libere sul mercato, sfitte o in abbandono, sul presupposto della gravissima emergenza abitativa. Sono le proposte della Rete sociale per il diritto alla casa, che ha attivato anche una “help - line”, un linea telefonica di aiuto per chi rischia di trovarsi in strada, al numero 388-1737372. Gli esponenti dell’associazione chiedono di rendere operativi i progetti comunali sulla casa, con l’obbligatorietà della cessione da parte dei proprietari, e di bloccare le vendite del patrimonio immobiliare pubblico sia Agec che Ater. Tra le altre soluzioni individuate anche la trasformazione delle caserme dismesse e sottoutilizzate in alloggi popolari e l’avvio di progetti di auto recupero delle abitazioni sfitte, affidate a cooperative di precari e migranti, finanziate con fondi pubblici e privati.