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Collettivo Sottotetto, iniziano le mobilitazioni contro lo sgombero

Reggio Emilia - Una trave nell’occhio avido dell’Amministratore

Analisi sulla situazione abitativa a Reggio Emilia, alla vigilia della demolizione degli appartamenti occupati

Reggio Emilia - Mercoledì 30 luglio 2008
Nelle prossime settimane, assisteremo allo sgombero del primo stabile, tra quelli occupati dal collettivo Sottotetto, per il quale è prevista la demolizione dal piano di riqualificazione del quartiere Compagnoni a Reggio Emilia.
L’articolo che segue vuole analizzare la storia e gettare le basi per il futuro del quartiere di via Compagnoni e del collettivo Sottotetto. Unico punto fermo in questa situazione di instabilità è la ferma volontà di resistere, di non lasciare passare indenne e inosservata la violenza speculatrice di chi amministra questa città.

”L`arcobaleno, anche in una pozzanghera, è poesia.
Di strada, ma poesia.”

Avviso ai naviganti

Via Compagnoni ha una storia lunga e affascinante. E’ sempre stato un luogo a sé, il luogo degli ultimi e degli invisibili in una cittá che pretendeva di non averne. Quegli invisibili che poi sono sempre i reali protagonisti di ciò che di una città, di un paese o di un’epoca fanno la storia. E se é vero che sono gli analfabeti che scrivono la storia, purtroppo non é altrettanto vero che sono i senza voce a raccontarla.
Chi racconta oggi la storia passata e presente di questo luogo lo fa unicamente distorcendo, giudicando e, infine, derubando i protagonisti delle loro stesse vite.

Di ieri si diceva che qui ci abitava solo gentaccia, quelli brutti sporchi e cattivi che sicuramente rubano, forse si drogano e si vocifera facciano l’amore troppo spesso.
Di oggi si dicono le stesse cose ma in piú, per l’immenso piacere delle migliaia di opinionisti da bar cresciuti come funghi nella nostra città, sono arrivati gli ”abusivi”.

Gli abusivi sono quelli che stanno abitando 11 delle 130 case sfitte del quartiere Compagnoni, sono 25 persone di etá compresa fra i sette mesi e i sessant’anni, sono nati a Reggio Emilia, Cagliari, Stoccolma, Tunisi, Vienna, Messina, Brema, Burkina Faso, Lecce.
Gli abusivi siamo noi, che per uno strano modo di intendere le parole e i significati, ci chiamiamo cosí nonostante la situazione in cui ci troviamo sia conseguenza diretta di abusi altrui. Siamo forse gli unici, fra gli attori di questa storia di case e diritti negati, a non aver compiuto nessun abuso, pur avendone subiti tanti.

A cinque fra le nostre famiglie questa settimana staccheranno acqua, luce e gas, come ennesimo abuso di un potere forte soprattutto con quella che considera un’umanità inutile. Verremo buttati fuori da un palazzo di cui é stata anticipata la demolizione per evitare che altri potessero trovarvi casa e sulle cui macerie nasceranno case private. Nessuna alternativa accettabile é stata proposta, forse perché non ne esistono in una cittá che ha fatto della speculazione edilizia il suo carro trainante.
E tanti saluti al diritto alla casa e ad una vita degna.

L’alternativa rimaniamo ancora, comunque e testardamente noi.
Rigorosamente dal basso, con le facce sporche, gli occhi vivi e sorrisi che solo chi ha ripreso in mano la propria vita sa regalare.

Entrando nel merito

Su via Compagnoni pende la spada di Damocle della solerzia “riqualificatrice” dell’amministrazione di centrosinistra e dei poteri forti che la sostengono e la foraggiano. Il quartiere è stato svuotato ad arte in modo che si creasse l’ennesima “emergenza” sicurezza per furti e “degrado”. Per anni 130 appartamenti sono stati lasciati vuoti e sfitti ad ammuffire a fronte di 850 nuclei famigliari in attesa di casa popolare, per una demolizione che dovrebbe avvenire in teoria nel 2011. Inoltre, dei 195 appartamenti che verranno demoliti/riqualificati, soltanto 80 saranno ricostruiti per l’edilizia pubblica, mentre 88 passeranno ai privati. E i casermoni che sostituiranno le case popolari non si baseranno certo sugli stessi criteri urbanistici che troviamo in via Compagnoni. Nei quartieri dormitorio non c’è alcuna necessità di spazi comuni, inutile spreco sottratto alla speculazione edilizia. Tanto più che i centri commerciali possono assolvere tranquillamente alla funzione della “socializzazione” e oltretutto fanno girare l’economia. Specialmente se ci si arriva in macchina.

Nella città del decoro urbano succedono cose scarsamente decorose. Per esempio succede che ci sono più case che famiglie, ma anche tante famiglie senza casa. E appartamenti vuoti che se ne stanno li a far gonfiare gli affitti, senza vita dentro ma con tanti soldi intorno. Così accade che la Reggio di Calatrava, il fiore all’occhiello per l’imprenditorialità edilizia, abbia una serie di meno nobili primati.
Per esempio il fatto che sia la quinta città in Italia per sfratti, con una richiesta ogni 135 famiglie. E l’ultima in regione per quanto riguarda l’edilizia popolare.

Una trave nell’occhio avido dell’Amministratore

A volte però a Reggio succedono anche cose belle. Per esempio il fatto che alcuni di noi, stretti tra aumenti del costo della vita e contratti a progetto vari, hanno deciso di occupare delle case. E non di nascosto, come di solito è costretto a fare chi occupa, nel silenzio ipocrita delle istituzioni, ma alla luce del sole, con un atto pubblico e collettivo, perché fin da subito non si è tanto trattato di mettersi per un po’ un tetto sopra alla testa, ma di rivendicare la casa come un diritto, come l’accesso all’acqua o all’istruzione pubblica, e di denunciare le responsabilità di un amministrazione che questo diritto non tutelava.
Senza andare troppo lontano ci è bastato partire dalle nostre vite di studenti, precari, giovani, uomini e donne, per renderci conto che, dietro alle quinte del teatrino messo in scena dalle maschere con il sorriso color oro, a Reggio si suona una musica ben diversa. Prezzi esorbitanti, affitti alle stelle, graduali e costanti privatizzazioni di qualsiasi bene comune, dall’acqua alla luce al gas. E questo quando hai la fortuna di essere italiano. Perché grazie ai fratelli e alle sorelle di Città Migrante abbiamo avuto modo di conoscere anche l’altra parte della medaglia del mercato immobiliare reggiano quello di cui non si deve né sapere né parlare: lo sfruttamento del lavoro migrante nei cantieri edili. Proprio loro, i migranti, di cui si parla ipocritamente solo in termini di sicurezza e di emergenza, e che invece sono stati linfa vitale di tutto il miracoloso boom edilizio cittadino, manodopera a basso costo, se non a costo zero, da sfruttare finchè utili e da sbarazzarsene tanto facilmente quando non se ne ha più bisogno.

Studenti, universitari, precari, famiglie: ragazzi, uomini, donne con bambini che, in emergenza abitativa, si sono autoassegnati una casa abbandonata. Che da due anni percorrono un percorso che nella sua illegalità mantiene in pieno la propria legittimità.
L’esistenza del collettivo Sottotetto è quanto mai scomoda per il comune di Reggio Emilia perché ha sollevato per la prima volta un dibattito cittadino sulla questione- casa, mettendo come baricentro proprio il problema della legittimità. La legittimità degli occupanti contro la legalità di speculatori, mafie immobiliare e politici collusi. Ha spinto la città a ragionare per la prima volta sulle cause anziché sulle conseguenze: ha svelato la priorità data al business immobiliare da parte delle amministrazioni dell’ultimo ventennio, che hanno creato la città prima in Italia per espansione edilizia (un’espansione che non ha creato alcun beneficio ai consumatori, anzi ha stretto il cappio del carovita con l’impennata dei prezzi degli affitti).

Noi del collettivo siamo entrati nelle contraddizioni di un sistema-welfare considerato all’avanguardia, mettendole sotto gli occhi di tutti. A cominciare dalla doppia morale sulla legalità: mentre chiude un occhio sull’evidenza che i palazzinari reggiani affittano sempre più spesso in nero, soprattutto alle famiglie migranti, oltre che a creare un vero e proprio mercato parallelo ad un prezzo più alto indirizzato nello specifico ai migranti che non riuscendo a trovare altre alternative sono costretti a pagare prezzi esosi (cosa di cui sono puntualmente informati i servizi sociali che li seguono), il Comune proclama la tolleranza zero verso chi occupa una casa perché non può permettersi di pagare un affitto. Da notare che su questi punti gli amministratori evitano zelantemente il dibattito pubblico, spostando il più possibile lontano dai riflettori gli attacchi al collettivo: più di una volta, tecnici comunali si sono introdotti nelle case lasciate sfitte dagli inquilini di Via Compagnoni e hanno distrutto l’interno per rendere più difficile e dispendiosa un’eventuale occupazione. I devastatori, spediti dai presunti paladini della legalità, agivano naturalmente nell’ombra, ma ci hanno offerto una buona occasione per denunciare la giunta comunale per devastazione e saccheggio e perciò chiedere, col sostegno di 200 firme raccolte in pochi giorni, il loro allontanamento dalle funzioni pubbliche per 15 anni.

Ma al di là della denuncia dei veri interessi nascosti sotto le scelte del Comune e dei metodi poco ortodossi con cui cerca di sbarazzarsi di noi, il maggior contributo del collettivo è stato probabilmente l’essere riuscito a inserirsi a pieno titolo nella vita collettiva del quartiere che ha deciso di abitare, il Compagnoni: un quartiere che il Comune vorrebbe moribondo e a cui stiamo contribuendo a dare ogni giorno nuova linfa, con la nostra lotta dal basso, solidale e creativa. A due anni e mezzo dalle prime occupazioni, è soprattutto guardandoci indietro che percepiamo la solidità di quello che abbiamo fatto: dalla diffidenza iniziale molti degli abitanti storici del quartiere sono passati a essere talora semplici interlocutori, talora veri e propri sostenitori del collettivo, e oggi si dicono pronti a difendere le case occupate.

Mentre ragioniamo sui nostri due anni e mezzo di vita, infatti, sappiamo che la minaccia dello sgombero è sempre più concreta. Peraltro il Comune ha dalla sua un clima nazionale in cui sgomberare, anche con la violenza, non suscita lo scandalo, l’indignazione o perlomeno il dibattito che avrebbe scatenato una volta. Tantomeno se lo fa ad agosto, mentre la città si svuota e sonnecchia. Nell’ipotesi, già si stringono le reti in cui ci siamo inseriti in questi due anni con altri gruppi o associazioni che si occupano del problema abitativo e urbanistico; come spesso accade, si tratta soprattutto di scongiurare che la nostra resistenza passi sotto silenzio. Se sgombero sarà, giornalisti e politici faranno di tutto per girare pagina. Ma noi non faremo altrettanto. In questo triste gioco, saremo già pronti a ripartire dal via.

Solo, stavolta, più grandi: in questi due anni siamo cresciuti di numero, abbiamo accumulato un po’d’esperienza e scaricato altrettanta ingenuità, abbiamo collaudato la solidità delle reti di cui facciamo parte.

Siamo pronti a rendere la vita impossibile a chi vorrebbe sbarazzarsi di noi.

Collettivo Sottotetto

News:
-  Giovedì 7 agosto: Bloccato il tentativo di isolamento elettrico di uno stabile occupato [ leggi tutto ]

Vedi anche:
-  Progetto Habitat #2 - Inaugurazione del M.A.C.R.E. (museo d’arte contemporanea di Reggio Emilia) in un appartamento occupato. [ vai all’articolo ]

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