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I centri sociali al centro di una metropoli senza centro

di Luca Casarini

Editoriali Posseweb - Mercoledì 17 settembre 2008

Periodicamente, ad ogni fine e inizio di fasi di movimento, il dibattito sui centri sociali si riaccende attraversando reti e organizzazioni politiche che tentano di navigare la tempesta o togliersi dalla bonaccia limacciosa.
Almeno dalla seconda metà degli anni Ottanta la pratica dell’occupazione ed autogestione, è divenuta anche materia teorica, prassi ragionata, laboratorio di elaborazione di nuove traiettorie dell’azione politica. Vi sono stagioni in cui la centralità di una pratica, o il modo con cui esprimere sostanza e organizzazione di movimento si consolidano, ma poi, con il mutare delle condizioni oggettive e soggettive, divengono solamente “patrimonio” collettivo, storia, esperienza, accumulo in memoria. Vanno a comporre un corredo genetico, ma per l’appunto, rimangono lì, nel DNA, di un organismo che magari ne custodisce, gelosamente o involontariamente, il segreto. Questo non riguarda i centri sociali. Essi sono sempre, ad ogni ondeggiare ciclico delle insorgenze di movimento, un posto in cui si ritorna e da cui si riparte. Pubblicamente.
Questa “solidità” che corre nel tempo, ne definisce, in qualche modo, la grande forza che appunto già dai tempi dello sgombero e della rioccupazione del Leoncavallo nel 1989, ci appariva nitida. Quelli che Le Monde all’epoca definiva “i gioielli della cultura italiana”, i centri sociali appunto, hanno anticipato di due decadi la comprensione del concetto di biopolitica. E hanno introdotto in forma concreta, creativa, a volte azzardata ma sempre con lo sguardo in avanti, le prime grandi sperimentazioni sui nuovi terreni dell’organizzazione, sia per quanto riguarda la dimensione soggettiva che quella sociale.
Rete e spazio pubblico, ciò che oggi intendiamo con questi termini, sono stati esplorati lì dentro, tra muri seriosi e pesanti ringiovaniti dai graffiti e riunioni di comitati di gestione troppo vicine ai gruppi di affinità per essere semplicemente di scopo e troppo aperte per rappresentare una direzione. Lo stesso “fare politica” è divenuto, immediatamente, “fare società”. La pratica dell’occupazione, del gestire spazi che sapevano essere aperti ma anche chiusi, le contraddizioni insite nel creare comunità senza scivolare nel com’unitarismo chiuso, nel costruire progressivamente nuove identità senza impedire l’aggregazione e la partecipazione aperte, sono stati terreni in cui la generazione che venerava il mito degli anni Settanta fatti da altri, ma allo stesso tempo non riusciva ad uscire da questo rito quasi religioso, è finalmente esplosa. Ha potuto avere cioè, a partire da quegli anni, le sue rivoluzioni. Ma i centri, e questo spiega anche perché siano tuttora un nodo della prassi e della forma movimento maledettamente importante, hanno da sempre quella forma poliedrica, molteplice, che permette loro, in potenza, di essere sempre al centro delle grandi trasformazioni delle varie epoche.
Un tempo, quando occupare divenne pratica comune e diffusa a tal punto da riempire lo stivale di centinaia di spazi sociali che definivano la nuova ampiezza del movimento, si ragionava sulla loro centralità a partire da ciò che avveniva sul territorio urbano. Le grandi speculazioni immobiliari ridisegnavano le città in termini postfordisti, e parallelamente i buchi lasciati temporaneamente vuoti dalla vecchia forma di organizzazione del lavoro, venivano riempiti illegalmente da una nuova soggettività urbana. Che esprimeva già le prime forme di organizzazione dentro e contro la fabbrica sociale capitalistica. Emblematica in questo senso è la stagione dei primi anni Novanta, in cui l’intreccio tra centri sociali e università diventa così osmotico da produrre quasi un continuum che alimenta il conflitto sociale per anni, con un’enorme produzione di nuova soggettività politica e nuove pratiche. “Siamo il sangue nuovo nelle arterie della metropoli” recitava uno storico striscione di apertura di un’altrettanto storica manifestazione dei centri sociali a Milano.
Ed esserlo, in quel momento, significava aver compreso come, nella metropoli diffusa, proprio le reti produttive potevano divenire nuovo veicolo di contaminazione rivoluzionaria dopo gli anni dell’edonismo reaganiano e della fine brutale dei movimenti del ciclo lungo che partiva dal ‘68. La valorizzazione capitalistica trovava nella riorganizzazione urbana nuovi terreni di applicazione, e con la pratica del rovesciamento che ben conosciamo era proprio lì, al centro di quel processo, che si concretizzava la pratica dell’autovalorizzazione sociale. Le eccedenze di quella soggettività che era messa al lavoro nella metropoli, dall’università al terziario, dallo spettacolo all’informazione, dall’edilizia ai trasporti, trovavano un modo concreto per organizzarsi nella grande fabbrica senza più reparti.
E che sarebbe stato se l’esperienza no global italiana avesse avuto solo l’infosfera o le sedi di qualche partito o sindacato come luoghi di riferimento? Anche in questo i centri sono stati in generale formidabili luoghi dell’anticipazione politica. La pratica dell’agire comunicativo, discussa in maniera teorica già dal ‘91 e praticata con le prime bbs subito dopo già a livello europeo, introduceva ciò che molti anni dopo sarebbe divenuto metodo comune di organizzazione. Ma oggi, alla luce della crisi della globalizzazione, e di ciò che essa ci consegna sul terreno politico, sociale, economico, culturale, sul terreno della vita insomma, perché i centri sociali possono rappresentare una grande risorsa? Partiamo dalla loro natura: luoghi, spazi concreti, inseriti in un territorio. E qui la prima riflessione.
Il territorio e la sua qualificazione metropolitana è, nella crisi della globalizzazione, comunque un elemento globale. Cioè, ancor più oggi che sembrerebbero partire proprio dai più accaniti neoliberisti le spinte protezionistiche come antidoto e argine alla crisi, il territorio ripropone continuamente e in forma contradditoria e spesso violenta, il suo essere irriducibilmente globale. E’ mutato virando verso la forma-metropoli, non c’entra nulla con una semplice e originaria determinazione spaziale e/o geografica, e soprattutto è innervato dalle reti produttive e sociali frutto della fase espansiva globalizzante. Questo è un territorio che da una parte dev’essere continuamente riconquistato, conteso con la rendita e l’appropriazione parassitaria capitalistiche e va, quindi, continuamente ricreato e difeso, dall’altra questo approccio non può che misurarsi con le caratteristiche precise, diverse, oggettive e materiali, di ciascun territorio. I centri possono essere luoghi di verifica nella pratica di questo concetto metropolitano di territorio. Mutati e mutanti, nati dentro la contraddizione tra locale e globale che oggi definisce il nuovo spazio dello sfruttamento e della liberazione, protesi alla sua conquista e modificazione ma anche ancorati alle sue peculiarità e differenze, al suo essere oggettivo, reale, esistente di per sé. Misurarsi con la dimensione metropolitana del territorio è anche la chiave per leggere (e organizzare) la composizione sociale che attraversa i centri e la sua domanda di reddito.
La democrazia, o la fine della sua forma rappresentativa, dentro il quadro della crisi, è un nodo che sempre più caratterizza la forma del comando. La dicotomia che si sta producendo tra governo e consenso, già anticipata dalla guerra in Iraq, trova sempre più in difficoltà il quadro di governo in termini globali, riducendolo spesso ad un infopotere che però alla lunga non risolve questa anomalia. La manipolazione comunicativa o la produzione di opinione non riesce a coprire i problemi generati dal comando senza legittimazione. In questo contesto si collocano forme sempre più diffuse di pensare la politica come capace di generare luoghi della decisione, dell’autogoverno, le abbiamo altrove chiamate “istituzioni autonome del comune”, in aperto conflitto con quelli istituzionali, che invece ormai rappresentano semplicemente i centri di potere per l’applicazione di ciò che è stato deciso altrove e da pochi. I centri in questo possono diventare esempi importanti. Decidere e fare come si decide, creare le proprie norme in contrasto con quelle imposte, divenire spazio pubblico con queste caratteristiche, è una prerogativa importante.
La libertà. E’ un “concetto borghese” si diceva qualche millennio fa. Oggi non è più vero. La ricerca della libertà in termini assoluti, contraddistingue qualunque soggetto voglia sfuggire alle maglie strette del biopotere. La libertà intesa come poter essere, poter decidere di sé e collettivamente, poter fare a meno di dipendere. La libertà come indipendenza appunto. Come possibilità di vivere senza l’alito pesante dei parassiti dello Stato sul collo. La libertà come antiproibizione, antifascismo e antiautoritarismo, antirazzismo. La libertà di genere. I centri sociali possono divenire un punto di riferimento per la costruzione di nuovi percorsi che abbiano la conquista della libertà come sogno comune.

14 settembre 2008

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