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RASSEGNA STAMPA

da Il Manifesto di sabato 6 settembre 2008

Il fascino sadico dei perdenti

Domenica 7 settembre 2008

Un impietoso reportage firmato da Darren Aronofsky sulla fine della carriera di «The Ram», l’ariete massacrato negli anni ottanta di Reagan. Un metaforico ring che racconta lo stato delle cose americane in bilico tra ieri e oggi

Una massa di carne maciullata, Mickey Rourke, ovvero lo stato dell’unione, nell’ultimo film in concorso della Mostra n. 65 che, se è partita in salita, negli ultimi giorni ha sferrato colpi come quelli dell’attore di Rumble Fish , il campione di The Wrestler. Chi vuol mettere le mani su Venezia e spingerla verso il «glamour governativo» (Bondi minaccia «consigli» per la prossima edizione) dovrà vedersela con il cinema dell’etiope Gerima e dell’algerino Teguia, ma anche dell’iraniano-americano Naderi, della hollywoodiana Bigelow, di Miyazaki e Oshii, punte dell’animazione giapponese, e anche del camaleonte di Brooklyn, Darren Aronofsky, che cambia stile a ogni film.
Qui siamo in uno sgranato «reportage» sulla fine carriera di Randy «The Ram» Robinson, una carcassa piagata come quella di Gesù nella Passione di Cristo di Mel Gibson - «quello lì sì che era un duro» - ridotto così dagli anni Ottanta di Reagan, massacrato sul metaforico ring degli incontri di wrestling. Trapassato dallo spara-chiodi, arma concessa ai lottatori più sadici, innaffiato da una pioggia di sangue, martire dei suoi amati fans assetati di linciaggio, Randy è diventato sordo, ha perso la memoria, ha la schiena spezzata, si impasticca di antidolorifici, di ormoni della crescita e di un’altra decina di droghe. Eppure non può sfuggire a se stesso, a quel che è stato, «The Ram», l’Ariete, idolo dei ragazzini che giocano ancora con il pupazzetto forzuto in cui è stato immortalato.
Appesa dietro il suo letto c’è la bandiera a stelle e strisce, nel suo cuore l’heavy metal del Guns and Roses e il poster dei Ac/Dc, il decennio della potenza americana, quella che John McCain vuole resuscitare nella sua patetica corsa all’indietro da «reduce del Vietnam». Dopo, arrivò quel «frocetto» di Kurt Cobain e la «decadenza» clintoniana, e dopo ancora la farsa bellica di Bush, la ri-vincita, il ri-match come lo chiama il manager di Randy, chiamato a esibirsi come ai vecchi tempi contro il campione iraniano, l’Ayatollah. Bandiera nemica sventolata sul quadrato contro il grido della platea: «Usa, Usa, Usa».
Lo sguardo di Aronofsky è velato di pietà nel raccontare la vita del suo eroe ammaccato, un grandissimo Mickey Rourke, anche lui devastato dalla guerra, quella di Hollywood che lo cacciò dal red carpet per motivi opposti a quelli di Randy. L’attore, tra i migliori, disubbidì a un produttore che gli chiedeva di recitare una stupida battuta contro l’esercito repubblicano irlandese, è Rourke, irlandese, si rifiutò. Chiuse le porte delle major, si diede alla boxe e la sua bella faccia si frantumò proprio come quella di Randy. The Wrestler è un film ritagliato su di lui, e amorevolmente lo segue nella ricerca di una via d’uscita. Colpito da un infarto, il campione decide di ritirarsi, il by-pass non gli permette che di servire casalinghe disperate al bancone di un supermarket, con una ridicola cuffia in testa e il grembiulone. Cerca di conquistare una ballerina di lap-dance, Cassidy (ottima Marisa Tomei), dolce corpo in via di pensionamento, anche lei vogliosa di cambiar vita. Cerca di riconquistare la figlia adolescente, abbandonata da anni, ma arriva tardi a un appuntamento e la perde di nuovo, nonostante il doppio regalo di due giubbotti vintage. «Gli unici che mi fanno male sono fuori di qui», i sentimenti. A Randy non resta che l’ultimo volo spiccato dalle corde del ring, il tuffo nella sua vita passata, che era già morte. Aronofsky passa dal dramma cabalistico P greco, che lo lanciò nel 1998 al Sundance, allo psichedelico new age di The Fountain (2006 Venezia) e adesso ci lascia come ricordo del Lido 2008 quest’amaro tributo d’amore ai «loosers».

Mariuccia Ciotta

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