Il cineasta e produttore indipendente presenta un film non riconciliato sulla storia africana, intrecciando vicende private e collettive. In gara, anche «Nuit de chien» di Schroeter
Che le scene di tenerezza e d’amore, le metafore del sottosviluppo, i dialoghi a alto tasso emozional-intellettivo, le immagini oniriche che attraversano il visibile per scoprire il visionario, siano la specialità dei film-maker d’Africa e Medio Oriente, si sa. Ma pochi sanno essere competitivi con Carpenter e Cronenberg anche nel congegnare suspense e violenza. Ecco la differenza. Una scena di violenza del cineasta etiope, nonché produttore indipendente, Haile Gerima traumatizza, lascia segni irreversibili. Come raramente avviene sul grande schermo.
Una scena di violenza tollerata dal sistema censorio medio euro-hollywoodiano (una scazzottata, un regolamento di conti armato, uno strangolamento, una decapitazione, uno smembramento, uno stupro, uno sgozzamento, un’aggressione razzista...) arriva in genere alla ricezione come anestetizzata, impacchettata, sembra verdura già lavata nella plastica, «telefonata», disossata, devitalizzata. Ma chi vedrà questo film, per esempio la defenestrazione del protagonista da parte di un manipolo di nazisti, sarà costretto a pensare alla violenza, sue origini e conseguenze, non a ingurgitarla, come olio di ricino. Qual è il segreto di questo narratore per immagini liberatorie, di questo Puskin che non dimentica gli antenati coraggiosi, e che per decenni ha incarnato l’alterità del «cinema africano», di cui resta uno dei patriarchi e attivisti (anche se in diaspora negli Stati uniti), oltre che l’originalità del suo «terzo cinema» rispetto al «primo cinema» (Hollywood, Mosfilm, Pinewod, Cinecittà...) e al «secondo cinema» (il cinema d’autore indipendente, da Truffaut a Lynch), che Gerima ha scodellato in tanti capolavori ( Childs of resistence , Bush Mama , Il raccolto dei 3000 anni , appena restaurato da Scorsese, Ashes and Embers e nel dittico sulla doppia aggressione italiana, Imperfect Journey e Adwa )? Il segreto è forse nell’avere più cuore?
Non basta. Il conservatorismo compassionevole va così stucchevolmente in lacrime per i diritti umani (ma dei diritti dei popoli «cattivi» all’autodeterminazione, magari nucleare, non parliamone nemmeno), che se il cuore non è assistito da una «sostanza conoscitiva» credibile, e incarnato non nel supereroe, ma in un dream team di personaggi qualunque credibili, smette di battere...Il segreto è dunque nel respiro epico? Forse. Il fatto è che Gerima (figlio di uno scrittore di Gondar) è riuscito, come Sembene Ousmane o Dijbril Diop Mamberty, a trasmettere, attraverso segnaletiche affascinanti un’esperienza militante e combattente dichiarata, da individuo non riconciliato con ortodossie né «chiese» e le sofferenze delle classi sfruttate, che ormai in tutto il mondo hanno perduto i loro «difensori d’ufficio», ma non perso la voglia di essere soggetti del proprio destino, anche senza «griot» a fiancheggiarli, perché gli artisti di professione si sono quasi tutti messi «sul mercato». Il cineasta etiope, oggi professore emerito all’università di Howard, Washington D.C., Haile Gerima torna dunque in un concorso internazionale di primo livello, dopo Sankofa , il suo «spiritual» sullo schiavismo negli Usa, con l’applauditissimo (e senza claque) Teza , ambiziosa riconsiderazione (condotta con il metodo maoista della «critica, autocritica, trasformazione») della sua esperienza politica, intellettuale e artistica negli ultimi 40 anni. Teza è la regione, oggi desertificata, un tempo rigogliosa di frutteti in cui Gerima è nato ed è vissuto, accanto al fuoco, e senza elettricità nei primi anni di vita.
Dedicato alla famiglia, e per molte sequenze ambientato in un’Etiopia ancora oscurantista e in lotta contro quella parte fascista di tradizioni che ovunque il mondo combatte, altro che vitalità del folk («l’odierna Etiopia è per me un incubo», dice il regista, e potremmo affermare la stessa cosa noi italiani), il film infatti intreccia vita privata e Storia del paese, esilio e ritorno, lotta e disfatta, distruzione e ricostruzione, con un virtuosismo registico raro. E racconta il ritorno in Africa, e la folla di ricordi che ricompongono il puzzle di una vita, di un intellettuale dissidente costretto all’esilio, e dell’amicizia con un collega che è il primo a trascinarlo via da Berlino, con l’entusiasmante progetto di salvare i bambini da malattie infettive curabilissime, ci fossero solo medicine, volontà e know-how. Impossibile, però, utopistico il tutto. L’Africa non è «sottosviluppata» per caso. E non conta la fraseologia al potere, a parte le eccezioni Lumumba e Sankara, N’Krumah e Mandela. È solo facciata. I ricchi del globo non vogliono salvare i bambini più neri dalla fame e dalle malattie. Non sopporterebbero un continente in pieno possesso delle sue ricchezze e facoltà. Infatti per Anberber e per l’amico Tesfaye, il lavoro politico a Addis Abeba, già durante l’impero del Negus Haile Selassie, sarebbe stato impossibile. E perfino gli studi, visto che si laurea in medicina in Germania e diventa lì attivista rivoluzionario marxista e antimperialista. E tornerà in patria solo dopo il colpo di stato militare (finanziato dall’Urss per ragioni esclusivamente strategiche) di Haile Mariam Menghistu, il cui governo, dogmatico e sostanzialmente controrivoluzionario, farà addirittura rimpiangere quello del Negus, costringendolo nuovamente alla fuga mentre Tesfaye verrà linciato dai più opportunisti chierici del regime.
Il Negus e il suo entourage ne escono addirittura riabilitati, nel film, e non certo per le strutture e gli sfruttamenti feudali insiti nel suo sistema di potere, e poco modificati dal «socialismo militarizzato» di Menghistu, ma certo come patriota che ha combattuto con forza il sanguinario colonialismo italiano e che, come padre del panafricanismo, mai avrebbe lanciato aggressioni armate contro eritrei e somali. E anche per il suo spessore umano, come si vede in un toccante reperto d’archivio, utilizzato nel film, quando accoglie con dignità e serenità, le sue «dimissioni» obbligate e l’esilio. La generazione ribelle di Gerima (che è la nostra), ci spiega il film, ha compiuto un errore di dosaggio, anteponendo con rigidezza degli schemi politici e la drasticità delle sue ragioni, all’individuo, alla sensibilità, alla scienza, al buon senso, all’etica e ai diritti delle donne. In una delle scene più interessanti del film è come se Gerima entrasse in diretta polemica con il padre di Barack Obama che, dopo aver messo al mondo quel figlio in Kansas, lascia la moglie bianca e decide di tornare in Kenya a «salvare la rivoluzione mau mau» e a farsi altre famiglie. Anberber, un poster di Lenin alle spalle, rimprovera Tesfaye, l’amico del cuore, il cui nome vuol dire «coraggio». Nessuna rivoluzione sarà più possibile senza un vero coraggio. Quel che comincia dal rispetto non del prossimo ma di se stessi. Magnifico film in gara, nel suo antirealismo visceralmente materico, anche Nuit de chien (Notte da cani), urlo disperato contro la morte e la sua cultura oggi vincente, di Werner Schroeter, un grande tragico, greco-shakespeariano, del «nuovo cinema tedesco», ambientato in una metropoli dark che dalla morte è avviluppata completamente, come se questa Porto-Lisbona fosse un destino scritto a Baghdad o a Kabul. Alto militante del partito al potere, ma oramai sull’orlo della disfatta, perché l’esercito nemico si avvicina vincitore, il quarantenne Ossario ritorna a salvare l’amata, che è sparita nel nulla. Tra pestilenze, torture, night club, agguati, bambine da proteggere, assassinii, bombardamenti, mine, squadracce armate, kamikaze... si dispiega una coreografia macabra e dark (corpo di ballo illustre: primi ballerini Stevenin, Bulle Ogier, Bruno Tedeschini, Pascal Greggory, Samy Frey...) che non troverà requie né la luce del giorno. Un film contro la paura della morte. Perché la morte arriva quando arriva. E qui è in primo piano, nel fuori campo, ai bordi dell’immagine. Mai la morte è stata ripresa così in diretta, e mai stata tanto ingannata.
Roberto Silvestri