Alla Settimana della critica, «Pranzo di ferragosto» di Gianni Di Gregorio, dal 3 settembre anche in sala
Hanno dovuto organizzare in fretta alcune proiezioni supplementari, era rimasto troppo pubblico fuori e bisognava rimediare. Così Pranzo di ferragosto , opera prima di Gianni di Gregorio (da oggi anche nelle sale), «rischia» di diventare l’evento di questo festival. A sceglierlo, con tempismo ottimo, è stata la Sic, la Settimana della critica, che già l’anno scorso aveva visto giusto con La ragazza del lago poi successo italiano dell’anno. Gianni Di Gregorio si definisce un esordiente un po’ maturo.
Alle spalle ha una lunga esperienza di sceneggiatore e assistente per altri registi, prima ancora c’è stato il teatro, e poi l’incontro con Matteo Garrone, ai tempi di Terre di Mezzo , un film che lo conquista. Pranzo di ferragosto , che il ministero aveva rifiutato, parlava di vecchie, un soggetto poco glamour, è stato realizzato con un budget molto basso, grazie alle invenzioni e alla disponibilità di chi vi ha preso parte, molti del gruppo di Garrone che produce il film (lo monta con l’ironia giusta Marco Spoletini, consulente è Massimo Gaudioso sceneggiatore per Gomorra ). E poi gli attori, a cominciare dalle splendide protagoniste, tutti non professionisti a parte Alfonso Santagata, il furbo amministratore del condominio ...
La storia racconta di un gruppo di vecchiette «abbandonate» alla vigilia di Ferragosto dai figli desiderosi di privacy. Le prende in custodia Gianni (lo stesso Di Gregorio) per fare fronte ai molti debiti che hanno lui e l’anziana madre con cui vive, l’aristocratica Donna Vittoria. Per i parenti le vecchiette sono un peso, loro si sentono ancora vivaci e la vacanza le scatena. La cifra è la commedia, delicata e sagace, scritta da Di Gregorio con umorismo e ispirazione autobiografica (una mamma invadente) che escludono qualsiasi tentazione dolciastra. Anzi le vecchiette sono simpatiche e pure tiranne. E lui sì è gentile e malinconico ma cerca anche di trarre vantaggio dalla situazione, da quel caos di desideri, resistenza alla vecchiaia, paura della morte che la convivenza forzata ha messo in moto.
Non è facile tenere insieme queste suggestioni, Di Gregorio non solo ci riesce ma inventa anche uno spazio narrativo totalmente libero, nel quale ogni personaggio rappresentando se stesso è come se ci mettesse il proprio vissuto. Fluido come un’improvvisazione, «vero» senza artifici che non siano il cinema e le sue «regole», col respiro essenziale della distanza ravvicinata.
Cristina Piccino