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RASSEGNA STAMPA

Fonte: Il Manifesto di martedì 2 settembre 2008

Ponyo - On the Cliff by the Sea

Mercoledì 3 settembre 2008
«Ponyo - On the Cliff by the Sea» del giapponese Hayao Miyazaki. Nella storia di Ponyo, potente metafora del presente, l’artista giapponese «gioca» con la Sirenetta di Andersen: gli eroi dell’oceano sono un pesce dal volto umano e una bambina, protetta da un padre-mago che ha scelto lo status acquatico per allontanarsi dalla prepotenza dei terrestri. «È la mia risposta alle incertezze dei nostri tempi», afferma il regista. In gara, anche il francese «L’Autre» di Bernard e Trividic.

Un elisir per la civiltà fra le onde del mare

La Mostra 65 è in uno stato di assedio virtuale, non a causa però dei fantasmi del cinema (nemmeno di quelli della retrospettiva). Ma del tentativo di revisionare oltre alla realtà storica anche quella immaginaria. L’attacco è all’indipendenza di una forma molto particolare del fare politico, la narrazione di ciò che ancora non si vede (come dice Barack Obama). Venezia quest’anno più che risentire dell’assenza delle major (la crisi economica e quella di Hollywood, scioperi compresi, si fanno notare) subisce l’eco di dichiarazioni, editoriali, interviste e comunicati ministeriali ficcati nelle caselle stampa che martellano i festivalieri con le direttive di un pensiero dominante dell’arroganza, del potere e dell’ingerenza culturale.
Mai la destra saprà interpretare i sogni della platea mondiale. A lei sta il decisionismo e la militarizzazione, non certo l’arte dell’immaginare mondi migliori. Il ministro dei beni culturali (e i suoi paladini), perciò, si arresti da solo e la smetta di dichiarare e minacciare ricette (censorie) per il cinema, forte delle sue liriche dedicate a Silvio. La barriera corallina della Mostra dovrebbe elevarsi di più, dai vertici ai giornalisti, per sbarrare il passo al virus governativo, che per quanto ridicolo sia è armato di denaro e di forbici. La barriera di corallo di Hayao Miyazaki, per esempio, è stata sfondata ieri su molti quotidiani dalla massima attenzione concessa alla rilettura tremontiana dio-patria-famiglia di Pupi Avati. Ognuno ha i suoi gusti. Ma, visto da lontano, da Marte, e con fuso orario galattico, il film di animazione dell’artista giapponese è certo quello tra i due che passerà alla storia. Insieme a Wall-E (Pixar-Disney) è un’opera di alta alchimia poetico-politica che dice dello stato del pianeta.
Nel cartoon americano è il deserto desolato della devastazione umana con i cumuli di scorie che sovrastano le montagne, qui è il mare, metafora liquida del dialogo interrotto con il mutante che è in noi. L’universo di Miyazaki è diverso da quello di Walt Disney, ma entrambi sanno richiamare dal buio le creature «disumane» che rappresentano i desideri e il dolore degli esseri in carne e ossa. Ponyo - on the cliff by the sea è in concorso, e Miyazaki, notoriamente restio a intervenire nei festival, è qui grazie a un ammiratore speciale, Marco Mueller, che ha regalato ancora al Lido la presenza del regista di La città incantata (Orso d’oro alla Berlinale 2002) e Il Castello errante di Howl (Osella d’oro e poi Leone d’oro alla carriera a Venezia, 2004-2005).
C’è La sirenetta di Hans Christian Andersen nella storia di Ponyo, un pesce rosso dal volto umano, una piccola dalla vesti fluttuanti, protetta nel fondo marino da un rancoroso padre mago, che ha scelto lo status acquatico per sfuggire alla prepotenza dei terrestri. Il film si apre con una sinfonia di meduse, acquarelli e trasparenze, variazione sul tema di Little Nemo (Pixar-Disney) e ricorda, per tornare più indietro nel tempo, il disneyano «Circo marino» di Water babies, la Silly Simphony che tanto incantò Eisenstein con le sue metamorfosi. Un paesaggio di esseri filiformi, argentati, di mostri ballerini, una parata di granchi e di giganteschi cetacei preistorici che il mago scapigliato conserva dentro una bolla d’aria in attesa della grande rivoluzione dei pesci.
Un giorno, gli elisir colorati (la potenza degli oceani) che il mago travasa da anfore datate come vini doc, scateneranno le onde e la Terra sarà invasa dalle acque e gli uomini saranno governati dalle prime forme di vita apparse sul pianeta. Ma c’è sempre qualcuno pronto a rovinare i piani strategici delle guerre, Sosuke, un bambino di cinque anni che vive su un casa in cima alla scogliera e che giocando con il suo secchiello trova Ponyo, il mutante. L’amore ricambiato tra Sosuke e Ponyo contraddice la Sirenetta, che nel racconto diventerà schiuma e morirà perché il suo principe non sente i desideri ardenti della donna-pesce. Non saprà che ogni trasformazione è possibile, che il corpo alieno può compenetrare l’umano, che il «diverso» è fuso e presente in ciascuno.
Così, giustamente, Walt Disney non realizzò mai la fiaba di Andersen, per non seguire un finale che avrebbe contraddetto la «mission» del suo cinema, la trasmutazione, l’essere che diventa altro e che cambia l’ordine delle cose. Miyazaki si sente libero di aggiornare il testo di Andersen (come ha fatto poi il cartoon post-disneyano) e disegna un film apocalittico, attraversato da uno tsunami vivente, una valanga nera di gigantesche onde occhiute che si abbattono sulle coste e sommergono strade e villaggi, per poi compiere il miracolo dei bambini e dei pesci. Ponyo esce letteralmente fuori di sé (come i personaggi disneyani che violano i tratti di matita) e si contorce in uno spaventoso mutare, le escono zampe di gallina al posto delle braccia e delle gambe, la faccia dai grandi occhi sgranati si deforma in un muso «bestiale», fino a diventare bambina per amore di Sosuke, per quello della pace natura/umani e per quello del prosciutto (Miyazaki scherza con i suoi gusti occidentali: tra l’altro ha «rubato» nei suoi film i paesaggi di Genova e lavorato, negli anni ’80, con «i nine old men» di Burbank).
Un’apocalisse spaventosa e bellissima, che sconvolge i contorni e i confini tra terra e cielo, esalta il contatto con il più piccolo, Sosuke e la sua emozione esclusiva per l’extraterrestre... Un’epopea su come si può salvare la civiltà curando i dettagli. Dal corpicino galleggiante del pesce-bambina alla visione della Gran Mamare, la mamma del mare, una dea dalla scia luminosa, corrente marina che rigenera la vita. Un delirio di forme nell’olimpo nipponico di Miyazaki «rivolto ai bambini», come dice il pressbook, e con questo il regista liquida la critica... eppure aggiunge: «Con Ponyo ho voluto offrire la mia risposta alle afflizioni e alle incertezze dei nostri tempi». Un po’ troppo per un cartone animato, genere che fino a qualche anno fa è stato espulso dalle storie del cinema, dai festival e dall’Oscar. Ma è proprio il cinema d’animazione il luogo che sperimenta narrativa e estetica, al di là del digitale (Ponyo è disegnato a mano) e «registra» i cambiamenti antropologici dell’esistente. Totoro (il suo film cult uscirà finalmente in Italia a novembre, grazie alla Lucky Red, che ha in programma per il 2009 la distribuzione di Ponyo ), il personaggio misterioso, marchio della sua Ghibli, è lo spiritello del Giappone di Miyazaki che incontra a mezz’aria le «afflizioni e le incertezze» del resto del mondo in una specie di flusso incantato, una nuvola, un’onda. In gara, anche L’Autre dei francesi Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic, che hanno iniziato a collaborare con il film tv Le Cas Lovecraft (’98). Lo spaesamento, le prospettive alterate, il fantastico dello scrittore americano penetra la dimensione del film, ambizioso e sofisticato, tratto dal romanzo L’occupation di Annie Ernaux.
Storia di una quarantasettenne, Anne-Marie, interpretata dall’attrice teatrale Dominique Blanc (il film è ritagliato su di lei) che si lascia dominare dal suo «doppio» violento, geloso, assassino. Tutto perché il suo amante giovane e black (quindi superdotato, si fa intendere), Alex, voglioso di famiglia (mentre lei vuole essere libera dopo un matrimonio fallito), si mette con una donna della sua stessa età. Anne-Marie ha lasciato Alex, ma non sopporta l’idea dell’altra. La trama e la psicologia dei personaggi sono così disinteressanti per i registi da cadere in pezzi. Alex è una specie di bambolo sempre sorridente e gentile, e lei è una metafora non solo di tutte le donne sole, ma anche degli uomini. «Chiunque può essere Anne-Marie», sostiene Bernard. L’attenzione è sulle distorsioni psico-visive, sull’horror che nasce dall’intimo, sul riflesso di una Anne-Marie minacciosa nelle finestre del metrò, sul clima di angoscia, sulla gelosia ossessiva. L’astrazione giunge al limite con l’intensa attrice sempre in campo, tra sipari di ombre, cambio di espressioni e specchi.
I registi parlano di «una zona intermedia tra l’intimo e il pubblico, l’individuo e la collettività», ma al cinema i concetti chiedono di essere corpi emozionali, di uscire anche loro fuori da sé.

Mariuccia Ciotta

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