«Z32» di Avi Mograbi, l’intelligenza contro la propaganda
Più case e meno ponti. Le scritte di protesta sono comparse ieri mattina - tirate subito via la sera - su un nuovo passaggio d’acciaio costruito al Lido, piuttosto brutto va detto, anzi orrendo, ma andare col pensiero al ponte Canavese che tanto angustia questi giorni il sindaco Cacciari è fin troppo facile. Aria d’estate alla Mostra. E poca gente, almeno finora, aspettando questo primo week end molto «nazionale» - sono in arrivo infatti Ozpetek, Avati, Bechis ... La sensazione che qualcosa non ingrani continua. Cosa però? Brutti film se ne vedono in qualsiasi festival, poi ci sono gli antidoti, le sorprese. Qui è più una questione di tensione, atmosfera, equilibri. Forse è l’Italia di cui l’isola riflette e concentra i disastri politici, sociali, culturali complessivi? L’idea che il cinema debba per volontà ministeriale essere ancora più controllato, censurato, commissariato evitando con cura ogni cosa disturbi e possa provocare discussione?
Z32 lo firma Avi Mograbi, israeliano, autore di un cinema dissidente e critico, che attacca frontalmente la politica del suo paese usando l’intelligenza contro la propaganda di qualsiasi segno. Un cineasta «politico», anche se è lui il primo a esprimere disagio, almeno ora, verso questa espressione. Cosa significa? Quali sono le possibilità effettive di azione per le immagini nel rapporto con la realtà? Forse è per questo che Mograbi, anche protagonista dei suoi film, sfuma l’abituale ironia nel dubbio. La storia che si racconta è quella di un massacro. Per vendicarsi dell’uccisione di sei soldati, gli israeliani ordinano una rappresaglia che non ha alcuna logica, si spara ai primi che si trovano, alle persone innocenti. A eseguire l’attacco sono soldati giovanissimi, le unità speciali addestrate per mesi con umiliazioni e sofferenze a uccidere l’arabo senza interrogarsi sulle proprie azioni e su se stessi.
Mograbi ha utilizzato i materiali degli archivi di Shovrim Shtika, Rompere il silenzio, l’associazione di ex-soldati che raccoglie le testimonianze di chi ha prestato servizio nei Territori occupati - Z32 è la sigla di alcune tra esse che riguardano, appunto, quell’operazione di vendetta. Il film alterna le sue riflessioni sulla responsabilità dell’artista verso il soggetto che tratta, e i racconti dei soldati, tutti col viso «sfumato» nel timore di rappresaglie. Uno siede nel salotto di Mograbi, la moglie non vuole, lo accusa di manipolarlo. Ricorda quel giorno, svegliarsi nella notte, l’ordine di colpire alla cieca, l’ebbrezza delle pallottole che arrivano al bersaglio, il disgusto la prima volta che tocca un cadavere, «una cosa gelatinosa» che per loro non è un essere umano. Poi il ritorno in caserma, sprofondare nel sonno sull’autobus... L’altro è insieme alla ragazza. Un confronto doloroso e duro, davanti alla macchina da presa sempre accesa che lui governa: lei pacifista, non ha mai fatto il servizio militare, non comprende le parole dei militari, la loro indifferenza, la rimozione messa in atto dopo quel gesto che lei considera un omicidio. Lui cerca il perdono, lei spegne di colpo e prova a mediare i suoi sentimenti a partire dal fatto che lui, a distanza di tempo, ha maturato una differente interpretazione delle cose.
Mograbi interpreta il coro, in forma di musical quasi brechtiano (il sottotitolo è infatti un musical documentario tragedia), canta e l’orchestra esegue la partitura sempre nel salotto. Una delle prime immagini ce lo mostrano incappucciato, prima ritagliarsi lo spazio per gli occhi, poi bocca e naso (sembra quasi la parodia di Bashir il doc cartoon che era a Cannes su Sabra e Chatila). Non avere la libertà di mostrare il viso dei protagonisti obbliga a un ulteriore spostamento dello sguardo, a riposizionare il «dispositivo» del film. Le canzoni diventano allora una sorta di coscienza critica che ne «disvela» la sostanza, i meccanismi, i limiti, talvolta opponendosi alla parola dei soldati, altre moltiplicando gli spazi di riflessione. Negare il volto è come fare finta di nulla, considerare i propri figli che massacrano anche i bambini nei territori senza chiedersi cosa stanno facendo dei bravi ragazzi, pensare di essere nel giusto come fa tutto il paese. Nel rapporto diretto coi soldati Mograbi è invece guida e attento ascoltatore.
Non si tratta però soltanto del conflitto tra Israele e Palestina, il cinema di Mograbi ha sempre lavorato nel «controcampo» rispetto all’iconografia più codificata con cui viene rappresentata la guerra in medioriente, e qui, al di là di Israele, prova a indagare nel profondo che cosa vuol dire essere soldato. Non c’è nessuna differenza tra i racconti di questi ragazzi, e la loro indifferenza rispetto alla vita del cosiddetto nemico, disprezzato e considerato debole e inutile, e i comportamenti dei soldati americani in Iraq , che neppure si sono preoccupati di nascondere i volti esibendo anzi le proprie «prodezze» in internet. O di tanti altri eserciti in conflitti e occupazioni. La differenza riguarda oggi la reazione della collettività, la sua capacità di prendere le distanze, dunque necessariamente l’informazione, chi come la ragazza non può accettare questa logica accontentandosi della sola spiegazione che tutti gli arabi sono terroristi. E chi come i giovani israeliani si conforma all’educazione del paese, agli ordini, senza nessuna apparente esitazione. La stessa logica vale per l’immagine, ormai assuefatta all’obbligo embedded o a una riproduzione per eccesso che la priva di impatto e di ribellione. La forza, e la scommessa che continua con questo magnifico film di Avi Mograbi, riguarda la ricerca di un altro spazio dell’immagine, e del cinema, nel confronto col contemporaneo ove si possa recuperare la capacità di invenzione del mondo. Z32 si affida alla parola: e nel suo impianto non ci chiediamo mai se è finzione o documento, se quei ragazzi sono i «veri» militari responsabili o semplicemente altri ragazzi che li interpretano. Non vediamo le azioni ricordate, ci sono degli interni appena accennati, il salotto della casa di Mograbi, una stanza dove parla la coppia in India, poi la cucina della loro casa ... L’esterno è un appuntamento in macchina, il check point e la ricerca del luogo dove si sono svolti i fatti. I ragazzi non lo sanno, non ci pensavamo a dove eravamo diretti, mai, eravamo troppo stanchi, sui pullman si dormiva dicono. Mograbi lo trova senza fatica. Nessuna traccia di violenza, soldati, armi. Una donna anziana attraversa il campo con una borsa sulla testa. Il ragazzo cerca il luogo dell’azione.
Non ti sei chiesto delle loro famiglie, chi erano domanda la ragazza al ragazzo. No. Erano poliziotti palestinesi, un vecchio disarmato. La rappresaglia, che brutti ricordi, la praticavano anche i nazifascisti durante la guerra, è stata messa in atto nella ex-Jugoslavia, in Vietnam... Se mi vedono e esco da Israele magari mi arrestano per crimini di guerra dice l’altro ragazzo. Dunque? Il film non ci dà risposte e però alla fine il conflitto israeliano-palestinese, nella sua specificità, è divenuto il «laboratorio» del mondo. Mentre l’immagine ha ritrovato la sua potenza, e la sua natura «politica», quella sfida cioè alla realtà che non è solo la sua narrazione.
(Cristina Piccino)