Il concorso della Mostra apre con «Brucialo dopo averlo letto», psico-intrigo sullo scontro tra Cia e Kgb che anticipa ironicamente i tempi. Satira più agra che dolce sull’America di Bush. Intanto, il sindaco di Venezia applaude il festival «tutto italiano» contro critiche e defezioni di Hollywood
Il quasi centenario Manoel de Oliveira, sempre più libero, spiritoso e leggiadro, ambienta a San Paolo del Brasile, addirittura nella metropoli più invidiata della potenza rivale lusofona, Dal visibile all’invisibile, nuovo piccolo pamphlet sulla malattia mortale della nostra civiltà occidentale, incapace ormai di comunicare se non embedded, masochisticamente controllati e addirittura pagandolo alle Tim quel piccolo piacere primario della conversazione, e a un tot al secondo. Che tocco cosmopolita, che respiro culturale necessario, quello del cineasta di Porto, in un mondo così pericolosamente ossessionato solo dalle proprie preziose immacolate radici culturali...
Invece, qualcuno qui, molto esperto d’etica, ci rimprovera. Si tratta di uno stimato professore, e sindaco teologicamente corretto, che stigmatizza la nostra smodata passione nazionale per tutto quel che è straniero. Come se fossimo ancora ai tempi di Un americano a Roma. E come se il nostro difetto atavico non fosse invece la brutale, spesso criminale, mancanza di rispetto dell’altro: somali, arabi, rom, etiopi, rumeni, libici... e il nostro unico e ultimo pregio cinematografico morente, la corrosività autocritica delle commedie più agro che dolci di Pietrangeli e di Comencini. Che erano capaci di radiografare «dentro» e sbeffeggiare, con ogni mezzo necessario, la mostuosità del nostro incedere. E di far vedere tutto quello che, da oggi, sarà proibito per legge. Solo alla giocondità Pd sarà permesso espandersi, sempre più, senza confini.
«Siamo troppo esterofili in Italia!», ha infatti affermato, durante la festa popolare di pre-inaugurazione, che rendeva omaggio a Ermanno Olmi, e in un moto d’orgoglio dazegliano-gramsciano, il sindaco Pd di Venezia Massimo Cacciari: «Non ci sono affatto alla Mostra troppi film italiani». Anzi pochi. Ben vengano. E poi che bisogno aveva Marco Mueller di farsi bello con gli ex An e esagerare in sciovinismo visto che è stato nominato direttore dal suo ex prof., Urbani, e durante l’altro governo di centro destra. Dunque il problema è più serio. O Marco Mueller ha preso quel che per Di Pietro è l’epidemia estiva della classe dominante italiana (il colpo di sole). O è come se improvvise e non previste defezioni (per Hollywood, figuriamoci per gli indipendenti, il Lido costa un follia e rende troppo poco in termini promozionali), e come conseguenza questo «senso di vuoto» che respiriamo sul Lido, non troppo riempito dagli eserciti di fameliche zanzare tigri e da una rimozione alla «napoletana» delle immondizie, avessero lasciato troppi buchi di palinsesto. Oltretutto in una Mostra che nel corso degli anni si è voluto dilatare quantitativamente per reggere la concorrenza di Cannes, Berlino e Toronto e non può e non vuole più «ridimensionarsi» a sola alta vetrina d’arte, come è, magistralmente, Telluride.
Un altro party veneziano, più mondano e umanitario, quello di beneficenza per aiutare i profughi del Darfur, ha visto l’altro ieri la presenza lampo del divo George Clooney che è il protagonista, anzi uno dei solisti, di un «ottetto» per violini (Tilda Swinton, Frances McDormand, Elizabeth Marvel) e fiati (John Malkovich, Brad Pitt, Richard Jenkins e J.K.Simmons) orchestrato con notevole spirito demenziale e stonature, ma previste, alla Banda Osiris, dai fratelli Joel e Ethan Coen.
Il film è Venezia in prima mondiale (e sarà a Toronto) anche perché lo distribuisce la sempre più ambiziosa e potente casa di distribuzione legata alla presidenza del consiglio dei ministri, la Medusa. E in una cena con la stampa italiana, il neomanager della casa di distribuzione, Carlo Rossella, con al fianco l’amico direttore Paolo Mieli (forse per sentirsi meno pesce fuor d’acqua) ha voluto sottolineare l’ottimo stato di salute del nostro cinema che, dopo i trionfi di Cannes, è qui in gran pompa, in gara con i moschettieri Corsicato, Bechis, Ozpetek e Avati. Mi piace pensare che il primo film prodotto dalla Medusa sia stato Non si sevizia un paperino, durissimo horror di Lucio Fulci sulle gesta di un prete cattolico pedofilo (be’, certo censurato poi, ma solo per non far capire che l’assassino di bambini era il sacerdote). Speriamo che i film in passerella a Venezia abbiano lo stesso coraggio. Senza la forza di ignorare Bondi, il cinema italiano morirà.
Un certo coraggio (ma parla, e obliquamente, di «viscere americane» messe molto male, e quelle sono difficili da rifare con la plastica) lo ha senz’altro la commedia grottesca Burn after reading («Brucialo dopo averlo letto») che, già dal titolo scherzoso, che in Italia avrà il sottotitolo «A prova di spia», si annuncia come un divertimento sul tema dello scontro piccolo-grande, uomo-donna, Georgia-Russia o Cia-Kgb. Anche se appare un po’ sfocato, visto in questi giorni, un film che ironizza molto sull’assurda riesumazione del conflitto bipolare, mentre da Washington e da Mosca arrivano segnali davvero sinistri (per non parlare della convention di Denver e dei 4 suprematisti), e se non di guerra fredda parte seconda si può riparlare, certo, di un inedito Big Chill.
Il «grande freddo» riguarda tutti i personaggi di uno psico-intrigo piuttosto aggrovigliato e, come nei noir, non sempre sotto controllo logico. È solo, e rischia di andare fuori i testa, Osborne Cox, agente della Cia chiamato dalla sua Georgetown (Maryland) al quartier generale di Arlington, Virginia, e licenziato per alcoolismo, intanto tradito dalla moglie (Malkovch), e spesso dall’ascia facile. Vuole raccontare per vendetta le sue memorie più esplosive, ma il livello di pericolo, per le cose che conosce, è bassissimo.... È sola e se ne compiace sua moglie (Tilda Swinton), ma rischia di andare da un avvocato, perché trama per divorziare - sua sola preoccupazione i soldi - e non si fida dei suoi amanti, come Harry Pfaffer quel drogato di sesso, sposato - ma la moglie ha un’amante balestrato - sceriffo federale al grilletto non facile (Clooney), e che rischia di andare in tilt perché i suoi tre hobbies vanno in corto circuito: il footing, il bricolage autoerotico e l’abbonamento on line a «staiconme.com», per cambiare donne e biancheria intima in sincronia perfetta. Sono soli gli agenti della Cia e del Kgb, senza nemici, anzi ormai piuttosto confusi tra di loro. È sola «dentro», e si rivolge sia a «staiconme.com» che «al nemico ex rosso dell’ambasciata russa», Linda Lizke (McDormand), l’unica dotata di senso dell’umorismo, casa a Washington (ma Internet mette in comunicazione tutti con tutti, perfino Linda con Harry) e un’invadente «coppia» che la opprime perennemente: la ciccia e le rughe. Però l’assicurazione sanitaria non le paga le quattro costosissime operazioni necessarie a diventare un’altra e lei, armata di determinazione, e spalleggiata da Chad (Pitt) e Ted (Jenkins), i suoi altrettanto solitari amici della palestra in cui lavora, diventa una dinamite vagante una volta messe le mani su un dischetto compromettente, un cd dal contenuto spionistico suCculento, che equivale a una miniera d’oro...
Lo stato interiore dell’America, marcio come i suoi moventi oscuri e i suoi obiettivi misteriosi, viene esibito con una ferocia accentuata da tasso satirico talmente elevato che gli attori, e soprattutto le attrici che hanno ruoli maligni più incisivi, si divertono troppo. E ridono, amari, prima ancora di mettere a segno la battuta, il colpo di reni o di pistola fulminante, come in un dramma dell’assurdo di Ionesco. J.K. Simmons, nel ruolo del capo della Cia cui viene consegnato il misterioso e inspiegabile «caso Osborne Cox» (tre cadaveri, un arresto, pedinamenti, il coinvolgimento dei putinani...) completa con il suo personaggio l’ultimo capitolo sui caratteristi hollywoodiani che hanno fatto la storia, minore, del cinema. Il suo sguardo di incredulità mista a determinazione eguaglia alla perfezione, infatti, quello di Colin Powell, segretario di stato quando, in commissione senatoriale, ascoltava proprio dalla Cia, la relazione sulle prove certe raccolte dai servizi sulle ami di distruzione di massa nell’Iraq di Saddam. Assassinato, poi, perché meglio stizzire per sempre testimoni scomodi.
(Roberto Silvestri)