Diciamo subito che in un paese centrale nel mondo, anche per quella che è stata la tragedia moderna della schiavitù, dopo Lula, c’è un’altra “faccia colorata” che è andata al potere. Questa mi sembra già una cosa talmente importante, dal punto di vista simbolico, che lascia assolutamente sbalorditi per la novità e la radicalità profonda. E’ uno “sporco negro” ad essere andato al potere e questo mi sembra una cosa assolutamente enorme.
Cinquanta anni fa cominciava questa lotta negli Stati Uniti ed è stata una lotta che è arrivata adesso ad esprimersi. Dietro a questa vittoria ci sta la grande lotta moltitudinaria, vale a dire la somma delle tre lotte, come minimo: quella di classe, la lotta di genere e la lotta di “razza”.
Questi tre grandi momenti di lotta che si riuniscono e si mettono insieme nella moltitudine, dimenticando quelle che sono le loro identità e i loro inevitabili corporativismi ed egoismi , si mettono in moto per ridefinire, non il popolo, ma questa realtà attiva, questo potere costituente che si muove nella realtà. Pur essendo sempre questi fenomeni coperti da quella coltre di falsità ed imbroglio che costituisce la comunicazione dominata dal potere, questa fortissima realtà è riuscita a far esplodere la gabbia in cui è stata trattenuta.
Una dimensione che nella crisi della globalizzazione ha trovato la forza di esprimersi in modo radicale.
Quando abbiamo cominciato a parlare della globalizzazione come fenomeno che rompeva tanti assetti, anche a sinistra in tanti ci ricordavano la necessità della territorializzazione del potere e della lotta. Cosa assolutamente vera quest’ultima, ma quando criticavano la potenza di rottura della globalizzazione, sembrava dimenticassero quella che era la profondità del cambiamento che questa comportava. Sulla questione della "razza” vale a dire che il meccanismo di sfruttamento della forza lavoro di colore attraverso le migrazioni e la schiavitù riportava fino al centro del potere questi fenomeni. Fino a quando non si è stati in grado di scoprire e rovesciare, per porla al centro dello sviluppo storico, la colonialità del potere, si restava muti e fuori dal gioco; la mondializzazione da questo punto di vista è stata estremamente importante.
Dietro la vittoria di Obama c’è la capacità di affrontare in maniera differente anche il dato elettorale. Il protagonismo di milioni persone, l’entrata in scena delle nuove generazioni, dei migranti, disegnano un tratto differente.
Dopo l’entusiasmo della vittoria e una campagna elettorale complicata della quale si capiva poco, in particolare del programma dello stesso Obama, ci sono alcuni problemi che incombono come scadenze da affrontarsi ancor prima di salire ufficialmente al potere in gennaio. Rispetto a questi problemi saremo in grado di valutare la potenza di novità dell’impatto della vittoria di Obama.
I due problemi urgentissimi sono la crisi finanziaria a livello mondiale, che si sta trasformando in crisi economica, e la pace, parola di cui Obama per prima sembra si sia impadronito per farne bandiera della sua vittoria; pace in quel Medio Oriente che va da Israele fino al Pachistan. La direzione che Obama prenderà in merito alla soluzione di questi due grandi problemi ci farà capire fino a che punto non ci si trovi di fronte all’ennesimo spettacolo m ediatico ma di fronte ad una vera trasformazione storica ed epocale.
Una trasformazione epocale di cui sono protagonisti i milioni di persone che hanno portato a questo risultato. In questo senso, molte volte si è paragonato l’avvento di Obama al new deal, alla forza con cui il new deal aprì i conflitti di classe, attorno al tema del welfare e del kejnesismo. Quali punti di contatto ma anche e soprattutto quale differenze ci sono oggi...
Il new deal sappiamo tutti che cosa è stato: una classe dirigente che, nel mezzo di una crisi economica determinata da uno sviluppo capitalistico di sovraproduzione e da una falsificazione di tutti i dati dell’economia reale, è riuscita a inventarsi la riapertura della lotta di classe. E’ stata la ricostruzione di un consumo interno di una classe operaia che era stata sfruttata ed emarginata dai grandi meccanismi dello sviluppo. Questo new deal ha avuto caratteristiche profondamente democratiche: riaprire la lotta di classe ha significato per Roosvelt rimettere in funzione la costituzione democratica degli stati uniti e quindi anche una proposta utopica e ideale per tutto il mondo. Un mondo che era infetto dal fascismo - bisogna ricordare che il new deal avvenne in un momento storico in cui per battere il fascismo la lotta di classe era fondamentale, cosa che capì anche la borghesia.
Oggi le differenze sono enormi perché ora le lotte sono moltitudinarie; infatti, si svolgono e si sviluppano sul terreno intiero della società: non c’è solo la lotta di classe ma c’è anche la lotta di razza e quella di genere. Almeno questi tre elementi, a cui se ne accompagnano altri, rappresentano lotte che si sviluppano per costruire realtà comuni attraverso le quali si possa sconfiggere l’incertezza, la paura, la misera e la povertà che il capitalismo determina con il suo sviluppo. Si tratta ora di capire quali sono le forme nelle quali si riattivano le lotte moltitudinarie, a tutti i livelli – lotte non solo semplicemente economiche, ma anche lotte democratiche per i diritticge si rivelano come invenzioni di un nuovo metodo di gestire il rapporto tra i bisogni, la riproduzione sociale e il governo. Ora, siamo in una situazione nella quale abbiamo visto cose tremende, abbiamo visto come i capitalisti si sono immediatamente dimenticati del liberalismo per farsi servire dallo stato, per far pagare ai poveri tutti i guai che loro stessi hanno determinato; abbiamo visto quanto la pressione liberal-conservatrice possa andare d’accordo con quella social-riformista americana della FED e con quella europea dei capitalisti socialdemocratici. Il grande problema di Obama sarà quello di rompere questa situazione, di dare un nuovo protagonismo a quelli che sono i soggetti delle grandi lotte moltitudinarie. Vedremo se ci riesce.
Non può che non riverberare anche qui, nella nostra Europa e nella nostra Italia quello che sta succedendo. Parlavamo con altri – nel commentare queste elezioni - della marea elettorale americana che si riunisce con l’onda del movimento italiano. Questi specchi che si riflettono l’un l’altro creano una potenza molto più forte.
Io spero che questo riflesso così forte riesca veramente a diventare un riflesso di tipo solare che passando attraverso queste lotte, attraverso queste “lenti”, bruci la figura mummificata e bloccata del potere in Italia. Questo potere mostruoso verso per il quale non riesco più a trovare aggettivi che possano qualificarlo: un potere che è un po’ mafioso, un po’ fascista, un po’televisionario, un po’imbecille, sempre brutale, sempre infame. Queste figure alla Berlusconi, ma anche altre, la vuotezza socialdemocratica del PD, la vuotezza spavaldamente complice del Vaticano. Quando si guarda all’Italia si guarda a qualcosa che è talmente morto che a volte viene il dubbio che il nostro Paese sia veramente finito. Però... c’è l’onda, e quindi diamoci all’onda. Ma questi hanno colonizzato anche le parole: c’è Dell’Utri che dice che bisogna essere ottimisti, come si fa a ripetere una parola così dopo che l’ha detta lui?
Forse bisogna inventare un nuovo lessico, ed è quello che fanno i movimenti in tutto il mondo...
... certo, ma forse più che al lessico qui bisogna tornare agli alfabeti.
(da una intervista ai microfoni di Radio Sherwood, mercoledì 5 novembre 2008)