La piazza Alimonda di Atene è un’isola pedonale illuminata da lampioni che emanano una luce arancione, come a un’uscita autostradale o solo in alcuni paesi del sud Italia si possono trovare.
E’ sotto questa pallida illuminazione che alle 21,10 di sabato sera un poliziotto “vestito di blu”, dettaglio importante che denota l’appartenenza a un corpo speciale, e con giubbotto antiproiettile, ha sparato il colpo fatale ad Alexis Grigoroupolos.
Anzi, secondo un’ipotesi difensiva che somiglia tanto al sasso che avrebbe deviato il colpo fatale a Carlo Giuliani il 20 luglio del 2001 in piazza Alimonda a Genova, a far rimbalzare il proiettile verso il torace del ragazzo sarebbe stato proprio uno di quei lampioni. Ed è proprio da qui, da quest’angolo dove la via Tzavela incrocia la via Mesologiou formando un piccolo slargo e ora trasformato in un altare di fiori, lumini, foto e messaggi affissi ai muri, che bisogna ripartire per riannodare il filo di una vicenda che da una vita spezzata ha visto esplodere la rivolta che sta incendiando la Grecia. E per tentare di comprendere quel mix di commozione e rabbia che ancora oggi, a quasi una settimana dalla tragedia, spinge migliaia di giovani a scendere in piazza a scontrarsi con la polizia del governo Karamanlis. Al punto che, mentre scriviamo, tutt’intorno alla redazione del settimanale Epohi che gentilmente ci ospita, è tutto un campo di battaglia.
A pochi metri dal luogo dell’omicidio c’è uno di quei baretti che fanno del quartiere di Exarchia il più alternativo della città . Si chiama Cuzco ed è una bizzarra quanto efficace combinazione di rosso e verde, buona musica e un ottimo “rakomelo”, spettacolare e calda bevanda invernale a base di grappa, miele e chiodi di garofano. E’ qui che Alexis e un gruppo di amici della stessa età sabato sera si è fermato a bere qualcosa prima di uscire all’esterno e spostarsi qualche metro più in là , sotto una tettoia per ripararsi da una pioggerellina.
Niente di strano, conferma il barista, “tutte le sere qui tanti giovani si fermano lungo questa strada a bere e chiacchierare, è un luogo di ritrovo”. Cosa è accaduto dunque? “Un assassinio”. Al Cuzco non hanno dubbi, anche perchè sono stati loro i primi a sentire gli spari e soccorrere Alexis. “C’erano pochi giovani quella sera in strada, e non c’è stato nessuno scontro. Al massimo è volata una bottiglia di birra e qualche insulto. Ma considera che se qui passa un’auto della polizia tutti la insultiamo, e non per questo sono legittimati a spararci addosso”, dice un avventore che anche lui era presente e che racconta dello spirito di un quartiere che potrebbe essere Kreutzberg a Berlino o San Lorenzo a Roma, con le case occupate e gli spazi sociali, i negozietti di dischi underground, i graffiti e i manifesti autoprodotti politico-musicali e i localetti che non a caso sono stati risparmiati dagli incendi di questi giorni. E dove la gente del posto si conosce, come in un paese o nei quartieri con una forte coesione sociale. “Questa è una zona di cultura”, c’è una strada intera di rilegatori di libri antichi, e sotto il regime dei colonnelli un reticolo di strade che aveva a che fare con i libri e a un passo dall’università non ci impiegò molto a diventare l’epicentro della resistenza.
E’ in questo contesto che è maturata l’esecuzione di Alexis. Ed è in questo contesto che la rivolta ha impiegato pochissimi minuti a esplodere in maniera a volte anche incontrollata.
Ma basta guardare in faccia il via vai di giovani sul luogo dell’uccisione e fermarsi a farsi tradurre i loro messaggi su un muro che è tutto un tazebao a coprire una vecchia scritta “black block” che ci ricorda come gli anarchici da queste parti si facciano notare, per capire come la morte di Alexis abbia toccato il cuore soprattutto di migliaia di adolescenti, quelli che oggi assaltano le stazioni di polizia, urlano “vendetta” e lasciano messaggi su fogli di quaderno. “Alexis là dove sei speriamo non ci siano sbirri fascisti”.
“Non ti ho conosciuto ma conosco bene la pallottola che ti ha ammazzato”. “Ragazzi scusateci tanto per avervi consegnato un mondo così”, quest’ultimo firmato “una maestra”.
Il quotidiano Elefterotipia ieri ha pubblicato la testimonianza di uno degli amici di Alexis, con lui quella sera: “Hanno sparato due colpi in aria. Urlavamo cosa state facendo, siamo dei ragazzi. Poi ho visto un poliziotto abbassarsi, prendere la mira e sparare. Alexis ha urlato ed è caduto a terra. Respirava male, gli abbiamo alzato la maglietta. Aveva una ferita all’altezza del cuore, ma con poco sangue. Ho pensato che se fosse stato qualcosa di grave ne sarebbe uscito tanto, di sangue. Almeno così si vede nei film. Sabato sera non hanno ucciso solo lui, ma tutti noi”.
Parole di un ragazzino, che accendono ancora di più la rabbia.
Il Politecnico è a poche centinaia di metri, è ormai diventato l’epicentro della resistenza ed è da là che puntualmente, tutte le sere, partono manifestazioni che inevitabilmente si concludono in sassaiole, molotov, incendi e lacrimogeni. Tutto attorno è un campo di battaglia, quasi incredibile a vedersi in una città europea e non a Baghdad: palazzi interi incendiati, carcasse di auto ai margini delle strade, l’odore acre dei lacrimogeni (in cinque giorni ne sono state usate cinque tonnellate esaurendo quasi le scorte) che non va via neppure durante il giorno e si mischia alla puzza di bruciato producendo un mix abbastanza disgustoso.
Anche oggi il copione si ripete: c’è una manifestazione indetta per la serata da Diktio, uno spazio sociale molto attivo ad Exarchia, in piazza tanti giovani e giovanissimi, ragazzi e ragazze soprattutto universitari che in Italia li diresti dell’Onda, i pochi negozi rimasti intatti o con pochi danni che tentano di proteggere le vetrate con pannelli di alluminio, e il centro di Atene che si infiamma in un batter d’occhio. E oggi si replica ancora una volta, con studenti e insegnanti in piazza a partire da mezzogiorno..