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Venerdì 12 dicembre 2008 09:53 Come muore un bambino a Venezia

Aveva quindici anni. No, ne aveva dodici. Forse, in realtà, ne aveva solo unidici. Nel corso della giornata la sua età è cambiata diverse volte, tutte al ribasso. In ogni caso, era un bambino. Trovato morto in Via Orlanda a Mestre, Venezia, travolto dal Tir sotto il quale si era nascosto per sfuggire ai controlli della polizia di frontiera al porto.
Perchè, verrebbe da chiedersi, un minore afghano, figura ultratutelata dalle convenzioni internazionali, dalla Cedu, persino dalla legge Bossi-Fini, rischia in questo modo la propria vita pur di non farsi intercettare dalla polizia di frontiera? Perchè ormai lo sanno tutti i migranti e lo sanno anche gli italiani che hanno voglia di conoscere la realtà delle cose: dai porti dell’Adriatico si rimanda spesso indietro, in maniera sommaria, chiunque. Indipendentemente dalla sua età, dal suo status, dalla sua storia di guerre e persecuzioni.
Il ragazzo morto lo scorso ventidue giugno, anche lui sotto un tir, era stato respinto cinque giorni prima.
Era un curdo iracheno, poteva chiedere asilo, ma non ha incontrato nessun interprete, mediatiore, avvocato che potesse ascoltare la sua storia e tutelare i suoi diritti. Non ha incontrato il Cir, pagato dal Ministero proprio per questo, che ha di recente lamentato pubblicamente la difficoltà di lavorare in un luogo in cui sembra vietato persino l’accesso alle persone da informare ed eventualemnte difendere.

Il bambino senza nome morto ieri sera a Marghera veniva dalla Grecia, paese in cui i diritti umani sono gravemente compromessi per tutti, come dimostrano gli ultimi episodi che hanno travolto la repubblica ellenica, ma soprattutto per migranti e richiedenti asilo.
L’Acnur e Amnesty chiedono da tempo di sospendere ogni respingimento verso la Grecia, ma questa prassi continua costante, quotidianamente, con tutte le sue conseguenze di violenza e morte. Sabato 29 novembre un’assemblea cittadina a Venezia ha parlato di tutto questo. I dati sono chiari e autorevoli e tutti gli atti sono stati pubblicati su questo sito. Quello che ne emerge è un sistema di gestione delle frontiere arbitrario e improntato solamente a logiche securitarie.
Da questo sistema un bambino ha cercato di fuggire per essere libero. Non voleva essere rimandato indietro, ed è morto quando ce l’aveva quasi fatta. Le sue mani non hanno retto, ed è difficile non immaginare quell’attimo in cui tutto è finito.
Le responsabilità immani di questa tragedia iniziano in Afghanistan, passano per la Turchia e la Grecia ma finiscono al porto di Venezia.

Alessandra Sciurba

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