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RASSEGNA STAMPA

di Marco Bascetta e Sandro Mezzadra, da Il Manifesto, venerdì 01 aprile 2005 *

Il sapere come passione

Sabato 2 aprile 2005
Il progetto di «Uninomade», laboratorio itinerante di pensiero critico. Ricercatori, docenti, studenti e attivisti danno vita a una «libera università». Una pratica teorica e politica per contrastare la miseria dell’agire universitario e la compiaciuta autosufficenza culturale che spesso caratterizza il «movimento dei movimenti». Un intervento da parte di due protagonisti del progetto «Uninomade».

E’un fenomeno cresciuto negli ultimi anni. Si tratta di quel disordinato, e spesso felice, proliferare di laboratori, cosiddette libere università, cicli seminariali autogestiti, «stanziali» o «itineranti» all’interno di ambiti «di movimento». (Il l supplemento domenicale del quotidiano «Liberazione» del 20 marzo ne ha tentato un primo, e necessariamente parziale, censimento). Vorremmo qui provare a delineare i caratteri generali del progetto Uninomade, che abbiamo contribuito a costruire in questi mesi, collocandolo all’interno di questa generale circolazione di saperi critici, che tende a tracimare dai luoghi tradizionali - accademici e politici - di produzione e trasmissione della conoscenza. Una prima domanda, per nulla retorica, è d’obbligo: si tratta di una necessità reale, del tentativo di aggredire con nuovi percorsi e prospettive il nodo della formazione, o di un ripiego di fronte a una impasse di efficacia politica? Le coordinate di questo ragionamento, che assume come proprio sfondo il ruolo nuovo assunto dal sapere nelle forme della produzione e della cooperazione sociale, non possono che essere costituite dalle trasformazioni che hanno investito sia le università sia le strutture e le pratiche politiche, in primo luogo di movimento. E’ il caso di partire da un’esperienza recente, che consente di ricapitolare efficacemente i termini del problema che abbiamo di fronte. Ci riferiamo alla straordinaria stagione di mobilitazione e di protagonismo dei movimenti che in Italia è stata inaugurata dalle giornate genovesi del luglio 2001. Non sono solo le ricerche pubblicate negli ultimi anni, è la stessa esperienza che abbiamo fatto all’interno di quei movimenti a segnalare la grande circolazione di saperi, tecnici non meno che «umanistici», che ha costituito uno degli elementi fondamentali della loro composizione e della loro ricchezza. E tuttavia: in un movimento che ha visto una grande e appassionata partecipazione di studenti universitari, non solo l’università è stata vissuta come luogo sostanzialmente marginale delle mobilitazioni, ma è stata accuratamente schivata perfino come oggetto di dibattito. Anche laddove, pensiamo ad esempio alla Facoltà di Scienze politiche di Bologna, nell’autunno del 2001 si erano costituiti «Forum di facoltà» capaci di coinvolgere centinaia di studenti, rimanevano desolatamente deserti i gruppi di discussione dedicati all’università - al luogo, cioè, in cui si svolgeva buona parte dell’esperienza quotidiana di coloro che partecipavano a quell’esperienza.

Luoghi di frontiera

Anche negli ultimi mesi, le esperienze «di movimento» che hanno avuto maggior successo nell’aggregare studenti universitari sono esperienze collocate all’esterno degli spazi accademici, magari in una posizione «strategica» di prossimità fisica ma mai di internità: pensiamo ad esempio all’«Esc» di Roma, a «Zenobia» a Milano, al «Vag» a Bologna. E all’interno di spazi come questi si sono prodotti anche i più significativi momenti di convergenza tra studenti e ricercatori («precari» e non), momenti che hanno peraltro rappresentato sani antidoti alle derive «corporative» che non potevano non manifestarsi nelle lotte contro i disegni di riforma universataria del governo. Si tratta di luoghi di frontiera, intelligentemente collocati tra istituzioni educative che si vanno svuotando di «senso», e una produzione di saperi che si fa sempre più diffusa e capillare.

E’ difficile infatti non vedere in queste tendenze un nesso con le profonde trasformazioni che hanno investito l’università italiana nel decennio che abbiamo alle spalle, entro un processo avviato ben prima dell’ascesa ministeriale di Letizia Moratti e con un fondamentale protagonismo delle istituzioni europee.

L’introduzione di unità di misura che scandiscono e riarticolano i curricula degli studenti (i crediti) si è in ultima istanza prodotta a partire dalla consapevolezza della natura sfuggente del sapere, della sua riluttanza a piegarsi a quell’imperativo appunto della misurabilità che ne governa la messa a valore economica. Non v’è dunque da stupirsi se l’ambiente universitario (e non solo studentesco) tende oggi a esibire caratteri di radicale miseria, che non hanno ancora trovato una descrizione altrettanto efficace di quella che, in un celebre scritto, anticipò il Sessantotto europeo. L’insoddisfazione per l’offerta culturale dell’università, per i suoi modi di funzionamento, ma anche per la vita quotidiana che vi si conduce, è palpabile nelle aule e nei corridoi delle facoltà. E tuttavia fatica a trovare modalità collettive di espressione, finendo per costituire un rumore di fondo costantemente eluso da una routine sempre più affannosa, in cui il proliferare di corsi, esami e verifiche lascia poco tempo per interrogarsi sul senso complessivo del percorso seguito.

La finalizzazione dello studio e della ricerca a uno standard curricolare presuntamente calibrato sul mercato del lavoro esclude curiosità, libertà e percorsi inconsueti. Ma esclude anche, attraverso una politica di frammentazione che ha devastato il tessuto studentesco, i caratteri sociali, circolari e relazionali della ricerca e dell’apprendimento. Ci sono naturalmente delle eccezioni, ma il disegno generale e la norma prevalente mostrano questa natura: una triste combinazione di liberismo (l’autonomia intesa come competizione e marketing) e pianificazione (intesa come politica di rigida «conformazione utilitaristica» dei percorsi). Ciò che resta fuori cerca sbocchi in una idea diversa di autonomia: non quella competitiva dell’impresa, bensì la pratica inquieta di una cooperazione libera dagli imperativi del mercato e dalle strategie dei pianificatori ministeriali.

Le mani sulla conoscenza

Questa «eccedenza» rispetto alle compatibilità «di sistema» è, al tempo stesso, soggetto e oggetto della ricerca che abbiamo avviato con il progetto di Uninomade. Non a caso i quattro seminari che abbiamo organizzato per lanciare il progetto (due si sono già svolti, con esiti decisamente incoraggianti, il primo a Padova sulla democrazia, il secondo a Bologna sull’Europa, mentre il terzo, su lavoro e precarietà, si terrà a Milano il 9 e 10 aprile) si concluderanno nel mese di maggio a Roma con un incontro di due giorni che avrà al proprio centro proprio la questione dei saperi. Tuttavia, mentre registriamo e tentiamo di interpretare queste tendenze all’esodo dall’università, non è nostro obiettivo assecondarle passivamente, magari proponendoci di raccogliere gli insoddisfatti e di mettere a loro disposizione luoghi in cui organizzare la propria marginalità. Al contrario, l’obiettivo di Uninomade, a cui partecipano studenti, ricercatori e docenti, è quello di creare le condizioni perché l’eccedenza dei saperi, la natura relazionale e cooperativa della loro produzione, l’intensità dei conflitti che si determinano sul loro controllo, ricadano sullo stesso sistema universitario, scompaginandone il preteso e triste ordine e avviando processi di trasformazione capaci di prendere congedo da una sterile nostalgia per il «mondo di ieri» e di porsi all’altezza delle sfide che ci stanno di fronte.

All’origine di Uninomade c’è poi un secondo versante di insoddisfazione, che riguarda non più l’istituzione universitaria ma i movimenti. Nell’ambito di questi ultimi, come dicevamo all’inizio, si sono sedimentati nel corso degli anni saperi, pratiche comunicative, percorsi di ricerca spesso straordinariamente ricchi. Ma si sono riprodotte copiosamente anche ripetizioni, semplificazioni, litanie consolanti, formule prêt à porter, difetti o incapacità di articolazione politica. Inoltre, per chi come noi proviene da una determinata tradizione e cultura politica (quella a cui ormai nel dibattito internazionale ci si riferisce con la formula, certo insoddisfacente ma non priva di efficacia, di post-operaismo) si pone un problema ulteriore: una parte della nostra stessa elaborazione è certo diventata senso comune, terreno riconosciuto del conflitto, ma non possiamo più limitarci all’acquisizione di questo terreno, magari accampando meriti e rivendicando discutibili «diritti d’autore». Occorre capire come muoversi su questo terreno, fare i conti con la stessa incapacità della nostra tradizione di articolare politicamente intuizioni che si sono mostrate feconde sotto il profilo teorico. Occorre tornare a smontare e rimontare i nostri stessi strumenti, aprendoli al confronto con altre tradizioni e culture politiche.

Il dibattito nei movimenti è spesso povero, di basso profilo, di piccolo cabotaggio. Si pensi alla triste discussione su violenza e non violenza, alla povertà del discorso sulla democrazia, sulla rappresentanza, ai problemi posti dal rapporto tra politica e diritti, tra dinamiche di movimento e processi di governance ecc. Oppure all’«uscita dal Novecento» come alibi per ogni opportunismo politico e confusione teorica. Non serve dunque un moltiplicatore di certezze già acquisite, un’accademia marginale, una «università popolare» di movimento, o peggio che mai una scuola quadri, ma un luogo di elaborazione e di scambio che torni a essere spregiudicato, imprevedibile e perturbante. Sia chiaro: non per épater le camarade, ma per rimettere davvero in gioco una molteplicità di forze che hanno lavorato alla critica dello stato di cose presente. La partecipazione a Uninomade di circuiti militanti che hanno avuto un ruolo di primo piano nei movimenti di questi anni nasce dalla consapevolezza della necessità di questa scommessa, di un azzardo che vorremmo fosse condiviso da una arco di forze e soggetti capace di andare oltre le polarizzazioni che stanno oggi paralizzando il dibattito di movimento.

La consolazione del terzo paradigma

Non si tratta beninteso di riesumare cortocircuiti tra teoria e prassi, magari nella forma di assonanze tra categorie filosofiche e agitazione politica. La scommessa è semmai quella di reinventare l’incrocio tra teoria e politica in termini nuovi, nei termini che la centralità e la socialità del sapere negli stessi processi di produzione e la molteplicità irriducibile dei soggetti della cooperazione produttiva dominata dal capitale contemporaneo impongono o consentono: in termini potentemente intrecciati, ma non per questo meno problematici. Praticare questo incrocio senza farsi prendere dall’ansia del risultato immediato, ma nemmeno dall’autocompiacimento di una intelligenza appagata dal suo proprio metabolismo. Insomma, avviare un processo collettivo dove produzione di idee e produzione di conflitti si intreccino, ma dentro le prime così come dentro i secondi. Ovviamente senza finzioni di comodo. Da riprendere sarebbe semmai l’idea di «critica» nel senso che, per esempio, aveva assunto nella «critica dell’economia politica», di uno stare dentro e contro, afferrare e destrutturare, comprendere e demistificare. Contro la tentazione ricorrente dei «terzi paradigmi» di affiancarsi con innocua presunzione a quelli dominanti (stato e mercato). Nelle «libere università» può insomma darsi una interpretazione non pacificata dell’idea, ancora largamente inarticolata, di esodo.

Dunque, Uninomade vuole essere un progetto che non si identifica né nell’università né nei movimenti, ma che al tempo stesso non vuole essere indifferente né all’una né agli altri e nemmeno disposta ad affiancarvisi pacificamente. Con l’ambizione di contaminarli, attraversarli e esserne attraversata, Uninomade si vuole libera, ma non campata in aria, attenta alle forze che premono contro i perimetri di cui l’una e gli altri tendono a circondarsi, interessata soprattutto a quelle relazioni, quel «fare insieme» che vengono impediti dalla logica della competizione o appiattiti su un minimo comune denominatore di movimento che fa dell’impotenza e della ripetizione una virtù cardinale. Laddove cercare di forzare questo appiattimento, con una interrogazione stringente degli eventi e delle idee, è cosa ben diversa dal nutrire tentazioni avanguardistiche o dottrinarie, poiché comporta una reale rimessa in questione (non un abbandono) dei risultati acquisiti.

* Il Manifesto

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