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di Nora Precisa *

Costituzione e università: il vicolo cieco dell’ennesima transizione italiana...

Giovedì 14 aprile 2005

Così pare che questo ultim’anno di legislatura ci regalerà il brivido di assistere all’adozione della nuova Costituzione di Lorenzago, quella pensata dai «Quattro saggi» in brache di tela (o pantaloni alla zuava, se preferite) e magliettine polo verdi.
Dopo aver rischiato di morire democristiani ora avremo la certezza di vivere e morire in un delirio istituzionale, elaborato con celtica e sconclusionata lucidità per costituzionalizzare l’inutilità delle opposizioni e minoranze, rendere premier e maggioranza governativa sovrani assoluti della forma di governo e ridicolizzare le cosiddette istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica e Corte costituzionale). È la modernità, bellezza, ci dice Silvio B.; è la fuoriuscita dal «modello sovietico» della Costituzione repubblicana, ci ricorda con infinita e duratura saggezza un autorevole professore di diritto pubblico, prestato alla politica sin dalla glaciale era democristiana. Ma sul contenuto di questa riforma si è già criticamente pronunciato, e continua a farlo, il mondo accademico e scientifico, con maggiore, anche se inascoltata, autorevolezza di noi.

Quale fine per le opposizioni, oltre la rappresentanza?
Quello che desta scalpore, e sicuramente rabbia, è l’afonia pressoché totale delle opposizioni parlamentari. Incapaci di articolare un qualsivoglia discorso pubblico su questa fase costituente, rinunciano, già in partenza, sia a stimolare il controllo diffuso dell’opinione pubblica critica e dissenziente (che noi crediamo ancora esserci), sia ad ingaggiare una sana battaglia parlamentare ed istituzionale, tramite la quale dare il senso di gravità che loro stessi credono la situazione abbia assunto.
Non sta a noi dare lezioni di tattica parlamentare, ma appare assolutamente inutile disertare l’assemblea del Senato al momento del voto costituente, a meno che non si riesca a riempire le piazze e a rendere effettiva la pressione pubblica sulle istituzioni in crisi. Eppure delle vie per sensibilizzare la cittadinanza italiana sulla china pericolosissima presa da questa ennesima, inconclusa transizione costituzionale (rispetto alle garanzie dei diritti, dei principî pluralistici e di limitazione dei poteri) dovrebbero esserci. Qualora non si riesca ad innescare il meccanismo di diffusione e circolazione di pubblicità parlamentare (un elementare requisito dei sistemi liberali) si dovrebbe essere autorevolmente saggi da giocare sulle spaccature e le insoddisfazioni della maggioranza, inventarsi forme di ostruzionismo creative, etc. Ci si risponderà che i numeri parlamentari non permettono alcuna politica di mediazione parlamentare. Bene, cioè malissimo per chi crede e lavora ancora nella rappresentanza, allora perché non improvvisare una visita, fuori dai protocolli, dei capigruppo parlamentari al Quirinale, accompagnati magari dai parlamentari disertori, così da verbalizzare presso la più alta carica statale il vicolo cieco in cui sono strette le istituzioni parlamentari. Si potrebbe proseguire con gli esempi, invece nulla: le opposizioni escono dal Senato, per un caffè o un giro in centro, in questa primavera romana che fatica ad entrare, ma che intorpidisce i già lenti riflessi delle minoranze parlamentari. E già si pensa al referendum costituzionale, al fatto che non servirà il quorum di partecipazione e basterà giocare il Sud contro il Nord, la conservazione contro l’innovazione, l’unità contro la secessione, etc. Amenità pre e post pasquali, di un’opposizione che grida ogni giorno al regime (quando non alla «dittatura della maggioranza»), ma che è incapace di articolare una sola reazione efficace.
La realtà è forse un’altra, al contempo più drammatica e insolubile: questa riforma costituzionale si inserisce nella tendenza ad appiattire le istituzioni solo in funzione della fantomatica «governabilità del Paese». E questo è il cammino intrapreso dalla sinistra istituzionale nella fuoriuscita dalla cd. Prima Repubblica (dai referendum elettorali, alla riforma del Titolo V) e sperimentato già nel corso degli anni ’90 per un altro settore, che a noi sta particolarmente a cuore, quello della formazione universitaria, dove la riforma Zecchino-Berlinguer è agli albori dell’attuale irreversibile collasso delle Università pubbliche. E non è un caso che proprio in questi due ambiti (certo non solo in questi) l’attuale opposizione parlamentare non manifesta alcuna capacità di interposizione rispetto all’iter parlamentare legislativo costituzionale, così come del DDL Moratti, benché da una parte ci sia il frammentato mondo universitario (a cominciare da precari e studenti) in sollevazione permanente (faticosa e snervante) da più di un anno, mentre dall’altra ci sarebbero forze sociali da stimolare e mobilitare, avendo preso atto della impossibilità di mediare in sede istituzionale.

L’orizzonte EuroMayDay 005
Ecco, la sensazione è quella di uno scollamento assoluto della difficile e non risolvibile dialettica tra forze sociali dissenzienti (rispetto al Governo) ed opposizioni parlamentari. E non basterà continuare a gridare contro i danni prodotti da questo Governo, o aprire qualche «fabbrica del programma», per convincere al voto utile nel prossimo anno elettorale, benché tutti si sia consapevoli della tendenza eversiva di questa maggioranza. E ancor meno può servire una «schiacciante» vittoria alle elezioni regionali, dal momento in cui non si ha la volontà di utilizzarla politicamente per mandare a casa questo governo, né per immaginare un presente ed un futuro al di là della contingenza. C’è insomma uno scacco irrimediabile della rappresentanza delle opposizioni: continuare a rimanere chiusi nelle segrete stanze, magari invocando sterili audizioni parlamentari, sembra la via meno indicata per invertire la rotta, così come fare abuso di moderazione nel denunciare l’assoluta perdita di consenso dell’attuale maggioranza governativa.
Sembra invece necessario mettere in campo altre opzioni.
Per quel che riguarda il DDL Moratti crediamo sia possibile chiedere semplicemente il suo ritiro e le dimissioni del ministro, magari in questo caso giocando sulla naturale antipatia che genera Letizia anche all’interno della sua maggioranza.
Poi si dovrebbe avere il coraggio di lasciare scrivere e praticare l’agenda politica universitaria dalle istanze provenienti da chi le Università le vive tutti i giorni (studenti e precari-e per primi), affinché si riesca a rimettere completamente in discussione l’intero meccanismo di produzione e condivisione dei saperi.

Sulla controriforma costituzionale servirà a ben poco la retorica resistenziale del 25 aprile prossimo venturo, a meno che non si abbia il coraggio di dire con forza che le istituzioni repubblicane nascono e rimangono pluralistiche, informate a criteri di giustizia sociale e garanzie dei diritti che non ammettono le compressioni subite negli ultimi anni (anche quelli del centro-sinistra al governo) e quelle che ci aspettano. E scommettere soprattutto sulla capacità di creazione di immaginario comunicativo, autorganizzazione e progettualità politica di tutte le forze del precariato sociale ed intellettuale che stanno organizzando la EuroMayDay 2005 (a Milano, L’Aquila, Napoli, Palermo, Viterbo e in altre quattordici città europee), così da enunciare l’orizzonte europeo come il luogo di connessione delle realtà locali per rilanciare processi di affermazione e costituzionalizzazione dei «nuovi diritti» (a cominciare dal reddito di cittadinanza), oltre l’infinita transizione italiana e il Trattato costituzionale europeo (la cornice europea è stata invocata anche dall’editoriale di Ida Dominijanni su il manifesto del 24 marzo, all’indomani del voto sulla riforma costituzionale).
Sembra insomma questo il momento di costruire delle vertenze locali-territoriali, che sappiano aprire contraddizioni e creare consenso sulle rivendicazioni di diritti sociali e garanzie per i/le precari-e (e quindi sganciate dalla prestazione lavorativa) e al contempo avviare una campagna continentale che leghi i nodi delle reti precarie (dando una permanenza all’EuroMayDay), sulle questioni reddito, nuovi diritti e affermazione di nuove forme di welfare improntate a flessibilità e sicurezza (flexicurity).
Solo se si avrà la volontà di guardare avanti, assumendo la fatale stretta che avvinghia la precarietà delle forme di vita alla crisi della democrazia come il centro nevralgico dell’agire politico nell’epoca della guerra permanente, si potrà provare a conquistare nuove forme di garanzie e un esercizio innovativo delle pratiche democratiche, oltre la rappresentanza e la difesa di un esistente che appare oggettivamente indifendibile.

* Dottoressa in nulla è una delle molteplici forme in cui si materializza lo spirito di San Precario.
Nora Precisa siamo noi: precari-e della ricerca che prestiamo la nostra forza lavoro intellettuale permanentemente e veniamo retribuite/i ad intermittenza. Nora Precisa è il tempo di riflessione, di scrittura, di preparazione, di composizione, di apprendistato, di discussione, di scambio, di comunanza; questo tempo necessario ad ogni prospettiva di creazione non è stato mai retribuito dal datore di lavoro ed è tuttavia in quel tempo che l’essenziale si costituisce.
Nora Precisa è la nostra esigenza di farla finita con l’esistente dell’Accademia.
Nora Precisa è spazio immaginario dove riappropriarsi delle ricchezze che produciamo, luogo di condivisione, di apertura pubblica dei "codici", di liberazione e messa in rete di competenze e intelligenze.
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