La May Day e la Politica. Così potrebbe recitare il sottotitolo pedante e presuntuoso di questo articolo. In verità il primo sostantivo va d’accordo con il secondo a patto che con il secondo si intenda gioco, carnevale, esodo.
La MayDay ha a cuore l’infanzia e il gioco. “Evviva”, sento già gridare partiti e sindacati! “Avevamo assolutamente ragione: geniali, simpatici ma infantili, è tempo di Politica!”.
Etica del lavoro ed età adulta sono da sempre sinonimi. I precari delle metropoli post-fordiste, disambientati e privi di certezze o di abitudini solide – al contrario dei loro genitori non avranno mai una pensione, una casa, una sanità sicura, la stabilità del lavoro – hanno a cuore l’infanzia, meglio quella ripetizione rassicurante che smussa gli chocs dell’imprevisto (quello appunto dell’intermittenza lavorativa o dell’assenza del welfare).
Va da sè che i caratteri cronici dell’infanzia che riguardano il nostro stare al mondo in generale possono con estrema facilità assumere forme caricaturali. L’infanzia controllata, del tempo libero e dell’intrattenimento trasgressivo, o messa al lavoro dal capitale è puerile.
L’infanzia presa sul serio, invece, porta con se una strordinaria vocazione sperimentale. Ripetizione carica di novità, fare una volta come se fosse possibile fare una volta ancora, fare ancora ciò che già si è fatto come se fosse la prima volta. Gusto sensuale dell’esperienza e senso del possibile.
Divagazioni per nulla oziose che segnano fino in fondo l’arcipelago di forme di vita e di scelte politiche di chi abita la May Day. La politica della May Day è vocazione sperimentale, sfida del possibile.
I movimenti e le reti delle e dei precari, piene di difetti e di mancanze va da sè, non ambiscono a diventare adulti pur avendo posto un problema affatto puerile: come costruire diritti e garanzie per sette milioni (solo in Italia) di nuovi lavoratori?
Come dare vita ad un movimento europeo che pronunci la parola reddito garantito e flexecurity?
Per essere più precisi la May Day ritiene insensata la politica dei due tempi (che i movimenti facciano, che la Politica chiuda il cerchio) e pratica una coincidenza senza resti tra sperimentazione e politica. Non si tratta di apologia banale della “moltitudine inorganizzata” quanto piuttosto di “nuovi animali politici”.
La sperimentazione può essere organizzata, il senso del possibile può essere una pratica continuativa, quotidiana. Non è un caso che a partire dallo scorso anno hanno cominciato a prendere avvio e a radicarsi, dentro un inedito rapporto tra sindacalismo di base e attivismo mediatico, centri sociali di vecchia e nuova generazione e reti di precari, sportelli di ogni sorta (Punti San Precario si chiamano, in alcuni casi il nome ha meno importanza): luoghi di incontro, di assistenza, di organizzazione, di conflitto, di socializzazione per quella forza lavoro frammentata e priva di diritti, sempre in formazione e sempre ricattabile, in una parola i precari.
Per adesso si tratta di esperimenti parziali, incompleti, pieni di novità, pieni di ricerca ma questo vale per ogni epoca di passaggio, dove le bussole valgono poco e niente: chi avrebbe infatti scommesso sulla sfida anomala e azzardata degli IWW (Industrial workers of the world)?
Magari il paragone denota eccessivo autocompiacimento, i devoti di San Precario sono ancora esperimento parziale, ma di “nuova specie” si tratta! Movimento di rottura, come tutte le esperienze che hanno a cuore la messa in questione dello stato di cose presenti, la May Day è un Carnevale.
Il corpo politico definito, perfettamente dato della rappresentanza, si scontra con il corpo pieno di relazioni, sfumato e sempre meticcio delle nuove forme di vita della metropoli e del lavoro flessibile.
Nella cultura popolare, quella sempre rimossa dai codici della misura, il corpo è grottesco, smisurato, le maschere esaltano aperture ed escrescenze del corpo, le parti cioè aperte alla relazione, alla concatenazione, alla cooperazione.
Il linguaggio della piazza è irriverente, giocoso, ambivalente. In questo senso la May Day è assolutamente pop e ha in mente il realismo grottesco del Carnevale.
Decine di carri tecno-carnevaleschi attraverseranno le metropoli europee. La metropoli si sà è opaca e trasparente nello stesso tempo, intreccio di luoghi e non luoghi. Il lavoro frammentato e ricomposto dalla metropoli, trova nella metropoli stessa lo spazio del suo conflitto. Attraversare la metropoli significa ricostruirne il senso a partire dallo sfruttamento e dalla voglia di resistenza ad esso. Per questo durante la May Day le grandi catene commerciali verrano picchettate, per questo l’attraversamento partirà, nelle stazioni di mezza Italia, dal diritto di movimento e alla gratuità dei trasporti pubblici.
Il processo della May Day è un esodo. Questi due anni sono stati anni di movimenti e di conflitti sulle questioni del lavoro atipico (dai precari della ricerca alla precarizzazione del lavoro fordista e tradizionale), sul reddito (accesso ai saperi, mobilità, casa), sui beni comuni (ambiente e risorse). Sono stati anni di elezioni, prima le europee, poi le regionali, tra pochissimo le politiche. Che relazione passi tra le due cose è un arcano smisurato e difficilmente svelabile.
Relazione smisurata questo sì, forse è questa la cosa più interessante. Chi si incontrerà durante la May Day, per lo meno in Italia - ma così è stato lo scorso anno anche a Barcellona, con le dovute differenze - non ha per nulla il piglio di un tradizionale movimento extra-istituzionale.
Autonomia, defezione, separazione, esodo assumono ormai forme completamente diverse dal passato. Nulla è lineare nè in un verso nè in un altro. La crescita o la debolezza dei conflitti non ha esattamente un codice di traduzione piano e senza resti nella politica della rappresentanza. Relazione smisurata appunto perchè i movimenti delle e dei precari hanno cose estremamente più importanti e interessenti da fare. La rappresentanza conta (per alcuni, magari per alcuni meno), semmai, però, per allargare e consolidare spazi di autonomia, di intraprendente sottrazione dal lavoro salariato, dal ricatto della precarietà. Ciò che non vale è il contrario: autonomia ed espressione dei movimenti al servizio della conquista di nuovi rapporti di forza nella rappresentanza. In questo senso, in un senso per nulla torvo, taciturno, rancoroso nè tanto meno celebrativo del ghetto, la politica della May Day è una politica espressiva e non una politica della rappresentanza. Come ogni sperimentazione che si rispetti la May Day parla a tutti eppure lo fa a partire da una alterità smisurata e non riducibile. Mettere sotto scacco questa alterità – ad esempio trasformando la May Day in una sorta di figlio sbarazzino del concertone di San Giovanni - significherebbe condannarla al rito puerile di una banda scanzonata e trasgressiva. Geniale, simpatica ma alla fine è sempre tempo di Politica.
Con tutti gli errori, le debolezze, la May Day e i devoti di San Precario, tentano di dar vita ad uno spazio di espressione, loquace, radicale e per nulla fesso. I temi sono quelli che nessuno può evadere: continuità di reddito, accesso al sapere e libera circolazione della conoscenza, case per tutti, servizi sociali e trasporti gratuiti. Attorno a questi nodi inaggirabili, la sfida del possibile.
* Esc/Globalproject
** Il Manifesto