Quando due settimane fa è esploso in Francia il più grande Riot dell’Europa contemporanea moltissimi osservatori, e noi tra loro, non si sono affatto stupiti.
Era solo questione di tempo, ma sapevamo bene che un giorno o l’altro la rivolta dei nuovi cittadini arrivati da lontano - oi barbaroi - avrebbe incendiato le periferie della megalopoli europea.
Il ghetto di Los Angeles è arrivato diritto nel cuore dell’antico continente, la rabbia notturna mette in scena il rogo delle vanità di un Occidente che non esiste più e le fiamme vanno a comporre il vecchio slogan: No Justice No Peace!.
E d’altronde, di che stupirsi?
In un continente dove i migranti vengono sottoposti a ogni genere di vessazione giuridica, in Stati la cui legislazione prevede per costoro l’internamento etnico in lager che calpestano scientificamente i diritti umani, in una megalopoli nella quale appartenere a una cultura differente rispetto a quella dominante – bianca, cristiana e tendenzialmente omocentrica – significa esporsi a linciaggi simbolici e fisici, in città dove l’essere di colore o comunque migrante o figlio di migranti moltiplica a dismisura la condizione di precarietà lavorativa e quindi esistenziale, in una cultura di governo che utilizza la guerra come strumento di regolazione dei conflitti globali, in metropoli dove gli sbirri si divertono a molestare (quando non a pestare e uccidere [ video ]) chiunque porti con sé una differenza: ebbene, in un continente siffatto il minimo che ci si può attendere è la jacquerie degli oppressi, degli esclusi, degli invisibili, dei discriminati e non certo da ultimi dei giovanissimi banlieusards, cioè quelli che più soffrono la distanza tra le promesse d’integrazione e la realtà marcescente della vita quotidiana in una qualunque periferia d’Europa.
Sia detto in chiaro e molto in tondo: noi siamo dalla parte degli esclusi, della disperazione vivente che si ribella.
Eppure non possiamo fare a meno di pensare a come questo enorme bacino della rivolta possa sfuggire al nichilismo latente ed immettersi in un divenire politico.
Certo, chiunque non appartenga a quei luoghi, a quella condizione di vita e di morte, non sa, non può sapere cosa esattamente fa sì che da quattordici notti in molti, moltissimi, scendano nelle strade della banlieu a contestare tutto, a distruggere tutto, compresi loro stessi. Ma nella nostra esperienza abbiamo altresì incontrato migliaia di volte queste facce, queste "vite a perdere" eppure così colme di desideri e di speranza.
Così come altrettante volte ci siamo scontrati con ciascuno dei dispositivi di oppressione che prima cercavamo di enumerare, seppur imperfettamente.
E dunque sappiamo che quella distanza tragica tra la realizzazione delle speranze e la drammatica realtà dell’Europa-Banlieu - dell’Europa povera, precaria ed esclusa - può essere riempita solo e solamente da un progetto politico moltitudinario ovvero dalla costruzione di un linguaggio comune, dalla trasformazione continua e dal basso dei claims in rights, cioè delle pretese della moltitudine in nuovi diritti singolari.
La produzione di rabbia può divenire movimento costituente, il negativo può divenire il positivo, la disperazione mutarsi in gioia e alla distruzione di sé sostituire la distruzione del potere.
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