La crisi della rappresentanza è sotto gli occhi di tutti.
Non c’è autore di scienza della politica e di filosofia politica che non se ne occupi.
Possiamo fare tantissimi esempi di elezioni e di processi di costruzione della rappresentanza che si presentano come stallo della democrazia o come sua trasformazione equivoca. Guardiamo al voto francese sull’Europa.
Un voto nel quale la discrepanza tra la forma del voto [il referendum sull’Europa] e il contenuto che definiva l’obiettivo di quella consultazione [il rifiuto delle politiche neoliberali] è evidente. È un caso da manuale: la struttura del voto democratico è stata trasformata dal suo contenuto.
L’opinione popolare si è espressa su un altro terreno, rispetto a quello formalmente definito dal referendum. In Iraq e Iran, altri due casi recenti di elezioni, il voto non ha avuto nulla a che fare con la costruzione della rappresentanza. Sono stati voti importanti, ma in termini di riaffermazione nazionale. In questo senso sono omogenei, nonostante la stampa occidentale abbia celebrato il voto iracheno, in quanto «riaffermazione della democrazia», e condannato quello iraniano in quanto affermazione di «isolazionismo ed estremismo islamico».
Invece, queste due elezioni affermano entrambe una volontà di indipendenza dall’attacco statunitense. Sono voti di protesta, che non hanno nulla a che vedere con la rappresentanza politica. Guardiamo anche al voto che ha eletto per la prima volta Bush, esito di una struttura che non ha nulla a che fare con la rappresentanza democratica: attraverso brogli è stato eletto un presidente che ha provocato uno sbandamento costituzionale negli Usa.
Quindi, la struttura del voto elettorale per la rappresentanza è finita in un enorme caos.
Abbiamo crisi di contenuto in Francia, crisi di simbologia in Iraq e Iran e crisi del meccanismo elettorale stesso negli Stati uniti. Nel Novecento si diceva che la rappresentanza fosse tradita dalla necessità di passare attraverso il sistema dei partiti.
Il partito veniva criticato «da destra» da Roberto Michels, Max Weber e altri, i quali affermavano che esso si burocratizzava e diveniva incapace di determinare un flusso diretto dalle volontà popolari verso la formazione di un indirizzo di governo.
Da sinistra, si affermava che la rappresentanza svolgesse due funzioni: quella di essere organica alla costruzione di un’unità di indirizzo di governo e quella di essere funzionale alla volontà popolare. Era la prima a predominare.
Sono le critiche che tutti noi abbiamo fatto al riformismo, in quanto malattia della sinistra, nei decenni scorsi.
Criticavamo il fatto che le forze di sinistra venivano assorbite dalla capacità dello Stato di riprodurre l’interesse centrale capitalistico.
Queste critiche sono in una certa misura ancora oggi valide. Ma ci troviamo in una situazione differente. C’è qualcosa in più: il «secondo grado» della crisi della rappresentanza.
A essere in crisi non è solo la rappresentanza come strumento. La crisi della rappresentanza è ontologica, perché tocca la realtà dei soggetti sociali, la vita, i sentimenti e la passione della partecipazione democratica. Torniamo per un attimo al discorso tradizionale.
Quando si parlava di «rappresentanza borghese» ci si riferiva a una cosa ben precisa. Nel corso della Rivoluzione francese, un signore che si chiamava Sieyès inventò la rappresentanza, sulla scia di Rousseau, Hobbes, e di una grande tradizione filosofica che considera l’unità dello Stato come prioritaria rispetto alla trasmissione diretta della volontà dei cittadini.
Sieyès disse che la rappresentanza doveva essere mediata, non poteva esprimere direttamente la volontà popolare.
Bisognava fare una selezione degli eletti. Mille persone ne avrebbero elette dieci, che una volta elette non avrebbero risposto direttamente al popolo, ma alla nazione, all’unità del governo.
Quindi, gli eletti sono rappresentanti del popolo in quanto eletti da esso, ma nel momento in cui esprimono la loro decisione, questa è la decisione dell’Unità sovrana, di qualcosa che va al di là dell’elezione. La rappresentanza si mostra come sfasata, in due tempi: l’elezione e la costruzione dell’unità della decisione nazionale.
La crisi del processo costituzionale si è determinata proprio quando l’intera concezione sociale dei movimenti si afferma, e non accetta più che la sovranità sia altro, una volta che il rappresentante è stato eletto.
La trascendenza del potere sovrano non ha più senso. Gli interessi della volontà popolare sono più importanti della costruzione dell’unità della sovranità statale.
Eppure, ancora oggi i trattati sulla rappresentanza ripropongono sempre, seppure in forme diverse, la tesi di Sieyès.
Ma quando parliamo di «crisi ontologica» oltre che politica, ci riferiamo al fatto che questo processo di astrazione, che è la rappresentaza moderna, non regge più.
E lo dimostrano i casi di cui dicevo prima. «L’unità» non c’è più. La sovranità non c’è più. Questo problema è avvertito anche dalla teoria politica e giuridica. Dal punto di vista del potere, la crisi della delega significa che ogni relazione di rappresentanza e di delega a una sovranità trascendente ha bisogno di nuovi strumenti di controllo.
Ciò significa che i grandi strumenti di produzione mediatica, di sondaggio, di costruzione di linguaggi diventano essenziali nella costruzione di un’opinione pubblica che non ha più nulla a che vedere con la rappresentanza. La domina, la precede, la precostituisce.
Il problema centrale è questo, dal punto di vista del potere, che vuole mantenere un’immagine generica di democrazia.
In questo senso, sottrarsi alla rappresentanza corrisponde a una mutazione antropologica. Qual è la dimensione di amicizia, amore, gioia che possiamo mettere nella relazione politica? Come ci si oppone a questo potere? Questo è parlare oggi di rappresentanza politica.
Almeno, Sieyès, prima di presentare la sua idea di rappresentanza, aveva detto: «Il terzo stato è tutto, e oggi non è riconosciuto». Ora a noi propongono una rappresentazione in cui non abbiamo nulla da guadagnare, se non avviene qualcosa di nuovo. È fuori di dubbio che l’elezione di Zapatero è stata un fenomeno di nuova democrazia.
Perché la gente, in due giorni, è riuscita a ricomporre l’istanza del voto, a far sentire un’istanza di verità.
È stato un evento eccezionale, ma ha rappresentato l’esempio di una possibilità. Anche le «rivoluzioni arancioni» di Georgia, Ucraina e Libano hanno avuto caratteri che assomigliano molto a quelli di quella «Comune di Madrid» che c’è stata in quei giorni. Perché sono eventi in cui la gente cercava di prendersi pezzi di rappresentanza, sono processi, completamente aperti e tutt’altro che conclusi, che rappresentano l’esodo dalla rappresentanza, anche se sono falliti.
In questo contesto, il potere reagisce con la «governance». Che è un modo di governare caratterizzato dalla flessibilità continua delle relazioni sociali. È un multilivello continuo del potere.
Le linee generali di definizione del bilancio pubblico, dell’amministrazione, delle norme sociali sono continuamente piegati dalle sollecitazioni di consenso e partecipazione.
I sistemi rigidi si trasformano in sistemi aperti, naturalmente dentro la dimensione, dentro lo stato d’eccezione della guerra, il che significa che la violenza è sempre presente, può sempre intervenire. Nel momento in cui le funzioni di governo sono obbligate a un confronto continuo con le resistenze, le opposizioni, le singolarità, i gruppi e le masse che si presentano di fronte a loro, si dà una doppia faccia della «governance».
Perché essa, all’interno dei suoi limiti, è anche uno spazio di espressione per le pretese dei movimenti. Il rifiuto della rappresentanza quindi apre a un’articolazione dei livelli di potere, seppure all’interno di una gabbia.
Noi abbiamo possibilità di movimento in questo spazio, anche di utilizzo di strumenti della rappresentanza. Ciò comporta la nascita di un contropotere, che non sempre è una cosa buona: può essere populista, può essere lobbistico, può essere fascista. In questo quadro, come possono intervenire i movimenti?
Innanzitutto, si interviene con le lotte. Poi, c’è l’uso delle istituzioni rappresentative, che va fatto sulla base della fine della rappresentanza. Si può usare l’istituzione sulla base dei movimenti e delle lotte che ci sono. Se assumiamo la critica della rappresentanza, capiamo che chi dice che «senza partito non c’è politica» sbaglia di grosso. I partiti possono essere solo delle strutture di servizio, degli strumenti.
In America latina, in Brasile e Argentina soprattutto, è diventato fondamentale il rapporto tra gestione dei programmi governativi e pressione dei movimenti. Il rapporto col governo è aperto. Questo vale soprattutto nell’esercizio del potere legislativo: le rappresentanze istituzionali sono attraversate dai movimenti, dalle loro polemiche e dalle loro rotture. E anche il potere giuridico è condizionato dalla «governance» radicata sui movimenti. Ciò comincia a configurare una nuova forma di governo che non è più «uno», ma «due». Un governo che non è più la volontà unitaria di un ceto dirigente ma che è continuamente esposto alla pressione, anche nella stessa concezione della legge.
Il fatto che torturatori fascisti dell’esercito finiscano in galera è una cosa rilevante anche costituzionalmente.
Ci sono forme ibride di governo democratico-rappresentativo molto importanti. La causa di questa ibridazione, che è anche ambiguità, è proprio la fine della rappresentanza, la sua crisi ontologica. Quando sono stato in Cina, ho potuto osservare quanto il capitalismo cinese sia contradditorio e quanto al suo interno si producano anticorpi.
Così, in Sud Africa e nel sistema federale indiano. Questa struttura ibrida è una costante.
È normale essere perplessi, sono figure che distruggono il concetto chiuso della rappresentanza e della sovranità, magari rappresentano un’imperfezione lobbistica.
Sono forme con dei limiti intrinseci, c’è di tutto dentro questi processi. Ogni volta che ne analizziamo uno ci troviamo di fronte a tante difficoltà.
Dobbiamo ammettere anche che tutta questa analisi potrebbe non servirci. Dobbiamo porci anche questa domanda: la crisi della democrazia è talmente avanzata che anche questi fenomeni sono annullati dalla rigidità del comando imperiale? Non possiamo prescindere da questo problema.
Noi cerchiamo di costruire alternative all’unità della sovranità nazionale, nella ricerca di nuovi spazi democratici, ma i nuovi spazi che si aprono si trovano di fronte a un impasse globale.
Ai margini della rappresentanza moderna abbiamo trovato nuovi spazi, ma nell’ordine imperiale una rappresentanza, seppure ibrida, nazionale e territorialmente definita, non può fare molto. Cosa significa il concetto classico di democrazia [un uomo, un voto] a livello globale?
È completamente irrealistico. Qualcuno, scherzando, una volta mi ha risposto: «Sarebbe la dittatura della Cina». L’ordine internazionale classico in cui le sovranità nazionali si incontravano non c’è più. Siamo in una situazione caotica. Sul problema fondamentale, evitare che la guerra sia unilaterale, siamo nella totale confusione. Questo però non deve annullare le sperimentazioni territoriali.
Bisogna tenere presente un po’ di cose. Innanzitutto, l’esodo: la separazione dei movimenti dalle istituzioni. Dal 1968 in poi viviamo un’altra vita, rispetto alla politica che ci raccontano. Secondo, il concetto di contropotere che non ha nulla a che vedere con lo stato, è un allontanamento dalle istituzioni. Le cose che vogliamo non hanno nulla a che vedere con la potenza del capitale, con la violenza che esso comporta, coi suoi valori, colla sua idea di ricchezza. A noi interessa un’altra cosa, il nostro fine è la produzione di nuovi modi di vita.
Non è utopia, perché noi siamo riproducibili, ma Fassino no. È finito.
Infine, terza e ultima cosa da tenere presente, dobbiamo muoverci su scala mondiale. Il movimento di Seattle è stata una grande anticipazione. Ma non dobbiamo illuderci che rinasca sempre con quelle forme, una volta che abbiamo rotto i modelli rousseauiani e hobbesiani del potere trascendente e abbiamo costretto i politici a spaccarsi la testa e inventarsi la «governance» e ad accettare il rischio di un dominio globale.
Quindi, se la tendenza dell’Impero è proprio il tentativo di uscire dalla crisi della rappresentanza nazionale per governare la crisi, ci devono essere anche gli spazi per trasformare il mondo. Questo passa per la costruzione di vertenze che siano allo stesso modo locali e globali.
Credo che il passaggio chiave da intercettare, da prendere in mano, sia la produzione e la riproduzione sociale. E spero che ciò avvenga in forme nuove. E comuniste.
* Questo testo, rivisto dall’autore, è la trascrizione di un intervento del 5 luglio 2005, allo Sherwood Festival .