Con la legge n.49 del 2006 il Governo ha rivestito di "tolleranza zero" la disciplina sanzionatoria penale e amministrativa delle sostanze stupefacenti.
Dopo il fallimento dell’originario Ddl di oltre 100 articoli presentato a fine 2003, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi ha portato a termine con successo un’operazione di vanificazione degli obblighi cui normalmente deve soggiacere un legislatore democratico.
Con un vero e proprio blitz è stato approvato a colpi di "fiducia" un maxi-emendamento al decreto legge sulle Olimpiadi (!) ripescando in extremis uno dei cavalli di battaglia del vice-premier Gianfranco Fini.
La legge ora entrata in vigore sostituisce l’intero decreto del 2003 e contiene un corposo pacchetto di norme che recupera i principi fondamentali della riforma sulla droga.
Tre i capisaldi del testo.
L’abolizione della distinzione tra droghe leggere e pesanti.
La parificazione, nell’assistenza ai tossicodipendenti, tra le strutture pubbliche e i privati.
L’orientamento verso questi ultimi in materia di programmi terapeutici di recupero e misure alternative alla detenzione.
Il quadro sanzionatorio è identico per chi cede derivati della canapa o eroina, con pene detentive che possono arrivare fino a 20 anni "per chi coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce, consegna" qualsiasi tipo di droga.
Un prossimo decreto, varato congiuntamente dai ministeri della Salute e della Giustizia, conterrà la forma definitiva delle tabelle relative alle soglie quantitative di principio attivo.
Per chi si limita al consumo le sanzioni amministrative prevedono la sospensione di patente, passaporto, permesso di soggiorno, ritiro di patente e fermo del ciclomotore.
Le misure aggiuntive di pubblica sicurezza contemplano l’obbligo di rientro presso l’abitazione a determinati orari, l’obbligo di presentarsi almeno due volte a settimana alla polizia, il divieto di frequentare locali pubblici e di allontanarsi dal Comune.
Ma ora, spazzato via il principio della "modica quantità", dimostrare di essere un "semplice" consumatore sarà molto più difficile potendo il giudice ispirarsi a nuovi principi quali le "modalità di presentazione", il "confezionamento frazionato" ecc. (tre o quattro canne già confezionate configurano il reato di spaccio e aprono le porte del carcere, magari semi privato come quello di Castelfranco Emilia?).
Si poteva evitare di trovarsi ad avere a che fare con una legge come questa? La risposta è affermativa.
Proviamo a fare un paio di passi indietro. La seconda conferenza sulle tossicodipendenze di Napoli del ’97 sembrò segnare un approccio nuovo al problema.
Le politiche di riduzione del danno apparvero in grado di orientare le strategie d’intervento. Ridurre il danno, il dolore, il rischio, contrastare la morte, la malattia, la marginalità, puntare sempre al recupero: una sfida sostenuta da larga parte della comunità scientifica. Si aprì un periodo in cui vennero alla luce progetti speciali a livello centrale e interventi concreti nei territori delle periferie, perlopiù legati all’agire di municipalità illuminate. A questa prima fase di sperimentazione positiva ne seguì subito una seconda in cui lo scontro slittò dal terreno delle strategie a quello della politica.
Il problema della circolazione delle droghe venne inglobato - assieme a immigrazione, prostituzione, tutto il tema della sicurezza in generale - in un macrosistema squisitamente politico: l’ordine pubblico.
L’operazione tendeva a far passare in secondo piano i risultati positivi e le esperienze concrete che, guardando anche ad altri paesi d’Europa, erano stati messi in campo.
Nel frattempo esplodevano le cosiddette "nuove droghe", mettendo in luce un nuovo soggetto consumatore, caratterizzato da una forma diversa di dipendenza, certamente meno oppressiva di quella da eroina, ma non per questo oggetto di minori attenzioni sul piano repressivo: le retate a danno di adolescenti sorpresi a fumare o a passarsi una pasticca si moltiplicavano. Il carcere tornava ad assumere centralità nelle strategie di contrasto alle dipendenze.
Ma il clima di avvicinamento alla successiva conferenza di Genova risentiva ancora degli effetti positivi dei percorsi tentati con successo, della positività di nuove spinte e nuove tendenze. Ci si attendeva dalla terza conferenza, novembre 2000, la determinazione a fissare dei punti fermi dai quali non fosse possibile tornare indietro: la valorizzazione delle sperimentazioni più felici e delle proprietà terapeutiche della canapa, l’introduzione del "pill testing", nuove aperture ai successi ottenuti in altri Paesi, l’indicazione di frontiere ancora più avanzate.
Pur registrando che era invece proprio il carcere la risposta più diffusa e praticata ai problemi legati alle tossicodipendenze, per il quale si sprecavano le definizioni: carcere-impresa, carcere-contenitore, carcere-afflizione, carcere-discarica. L’evidenza della mancata adozione di interventi legislativi idonei a rendere effettiva la depenalizzazione del consumo e delle condotte ad esso funzionali trovava riparazione e conforto in quel passaggio della relazione dell’allora ministro della Sanità Umberto Veronesi che, sottolineata la non nocività delle droghe leggere, si diceva "personalmente convinto che ogni proibizionismo, come è storicamente dimostrato, non evita i danni per i quali è stato deciso, e ne crea altri molto peggiori". Un tragico abbaglio collettivo.
Pochi mesi dopo il potere passa nelle mani del centro-destra, e di quali mani si tratti si ha subito una nitida esemplificazione a luglio, proprio a Genova.
Il calo di tensione dei movimenti sul tema droghe comincia da lì, da quella nuova stagione repressiva che affonda le proprie radici nelle strade e nelle piazze di questa città: dalle centinaia di processi per episodi di conflitto sociale, dalle giornate contro la guerra, dai processi-mostro di Genova e Cosenza, dall’esercizio del diritto di resistenza, dalle strenua difesa di ogni spazio conquistato e dei diritti dei migranti, dal sabotaggio dei Cpt, dalla libertà personale drasticamente ridotta anche solo attraverso sanzioni amministrative.
Quando Fini nel 2002, durante un viaggio a Vienna, mette in campo le linee guida della nuova normativa in gestazione, fondata sull’equiparazione di tutte le sostanze ad un’unica fattispecie di nocività, la reazione è di incredulità e scetticismo. Le statistiche epidemiologiche affermano che la mortalità per droghe leggere è pari a zero, che esse non danno assuefazione e che non sono il tanto temuto "ponte" di passaggio alle droghe pesanti, in particolare all’eroina: di quel 55% che a 18 anni fa uso di cannabis solo lo 0,8% è passato all’eroina.
Affiancando la classifica dei rischi scientificamente dimostrati non abbiamo difficoltà a verificare che il tabacco causa 80 mila morti all’anno per diversi tumori, seguito dall’alcool il cui abuso provoca 30 mila morti all’anno e dall’eroina che, direttamente o indirettamente, ne provoca mille. Al contrario è sempre più largo e autorevole il fronte della comunità medica impegnata a difendere le numerose proprietà terapeutiche della cannabis.
Supporre che fossero l’evidenza scientifica e il buon senso comune a paralizzare l’iniziativa di Fini e della destra, senza sollecitare prese di posizione energiche e continuative da parte dei movimenti, è stata la sottovalutazione decisiva. Movimenti in cui il consumo di droga leggera è largamente diffuso, è il caso di ricordarlo, e perciò fisiologicamente protagonisti di una concreta opposizione.
Ora, mentre il principio di non punibilità del consumo sancito dal referendum del ’93 è stato tolto di mezzo, i Sert vengono fatti morire d’inedia, le politiche di riduzione del danno sono un caro ricordo e Muccioli può permettersi di inveire contro i suoi stessi sponsor perché la legge non è sufficientemente repressiva (e non c’è dubbio che Moratti e Giovanardi se ne faranno carico), dobbiamo chiederci se è finalmente il momento di mettere a valore tutte le energie chi i movimenti possono erogare perché si torni a come stavano le cose prima o se questo "prima" non costituiva già un qualche cosa di inaccettabile e di funzionale solo alle narco-mafie.
Il prima è fatto di 80 mila segnalazioni all’anno alle Prefetture per uso di canapa e derivati, di diffusa microcriminalità connessa alla tossicodipendenza, di uso personale per cui non è mai stato messo a segno un riferimento certo, di intervento dei Sert a carattere prevalentemente farmacologico, di assenza di strutture in grado di colmare il vuoto tra carcere e comunità terapeutiche, di malati di Aids al 90% tossicodipendenti, di distorsione del concetto di sicurezza ad uso delle politiche di comando e di controllo sociale.
L’appuntamento del 11 marzo a Roma può (deve) essere un punto di ri-partenza per mettere energicamente e massivamente sotto accusa non solo la legge Fini, ma soprattutto il "prima", attraverso una dura battaglia per la legalizzazione.
Iniziando dai temi dell’ordine pubblico e della sicurezza. Che dovrebbe essere, in primis, sicurezza sociale.
Vale a dire libertà di consumo, garanzia di diritti goduti, certezza di cure e servizi accessibili in caso di bisogno.
A cura di Marco Rigamo della redazione di Liberitutti!