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RASSEGNA STAMPA

Cronologia dei moti nelle banlieues. Un ipertesto ragionato dentro la rivolta francese di Novembre.

A cura del Laboratorio Morion & Globalproject Venezia

Giovedì 20 aprile 2006

L’AFP (Agence France Presse) ha pubblicato in dieci giorni almeno 250 lanci d’agenzia sul soggetto "esplosione di violenza che si è scatenata la notte del 27 ottobre 2005 in alcune zone popolari". L’evento è stato abbondantemente coperto da stampa e televisione ma la narrazione mediatica della morte dei due adolescenti di Clichy-sous-Bois che ci ha sommerso di immagini, informazioni e commenti ha anche soffocato la parola di chi ha vissuto quella realtà e inibito la lettura dei fatti: le circostanze della morte di Ziad e Bouma sono costruite e ricostruite giorno dopo giorno seguendo un filo che i media internazionali utilizzeranno per presentare le rivolte delle ’banlieues’ di novembre 2005 come una straordinaria scenografia di guerra: tutti i reporter, indistintamente, compongono la notizia con la diretta-live influenzando direttamente la rappresentazione degli avvenimenti in Francia.
Il mercato globale dei media è stata la referenza dei media locali per forzare o censurare l’impatto dell’informazione sui fatti accaduti e sulla loro potenziale evoluzione.
Un travisamento, come nel caso della giornalista inglese davanti ad un incendio: "Non accade dal 1955" (BBC).
Molti giornalisti confondevano i precedenti storici con la data di promulgazione delle leggi d’emergenza resuscitate l’8 novembre scorso. Questa legge è stata utilizzata nel 1955, 1958, e nel 1961 per reprimere i movimenti indipendentisti algerini, poi in Nuova Caledonia nel 1984.
Oltre al nefasto messaggio simbolico che prende come riferimento la guerra d’Algeria nonché il massacro di centinaia di manifestanti perpetrato dalla polizia il 17 ottobre del 1961, non si tratta solo di "copri-fuoco" che già è interno ad una logica di guerra, ma va oltre: la legge del 3 aprile 1955 autorizza il divieto di soggiorno per "chiunque tenti di impedire, con qualsiasi mezzo o in qualsiasi modo, l’intervento della forza pubblica", gli arresti domiciliari per "chiunque (...) la cui attività possa mettere in pericolo la sicurezza e l’ordine pubblico", la chiusura dei "luoghi e posti di ogni genere in cui riunirsi" e il "divieto di assembramento con lo scopo di provocare o mantenere disordini". E le perquisizioni notturne.

Questi aspetti sono stati opportunamente velati o peggio oscurati per sottolineare, privilegiandolo, il riferimento storico a scapito dell’attualità... scottante e divampante, quella che denuncia il dogma dell’"integrazione". Contemporaneamente, i rivoltosi e la polizia sono presentati come identità collettive (maschili), la "racaille" non parla e gli agenti eseguono il proprio dovere, entrambi irresponsabili.
Queste immagini - registrate da giornalisti protetti dalla polizia - contribuiscono ad alimentare il discorso e la politica di "sicurezza". L’uso del termine "sommossa" viene poi decontestualizzato per parlare di un sollevamento popolare che non ha rappresentanza politica...
Altri momenti chiave sono: il film censurato dell’abuso poliziesco alla Courneuve il 7 novembre (Antenne2) e la simmetria dei fatti di Clichy-sous-Bois neutralizzati con la morte in seguito all’aggressione di un passante, a Epinay il 27 ottobre, e quella del cittadino che protegge il cassonetto dell’immondizia sotto casa a Stains.
Scatta la creazione di milizie cittadine auto-organizzate dai militanti dell’UMP, partito di Sarkozy, sotto il controllo e comando dei sindaci, presentate come forme di "partecipazione cittadina" (Antenne2). Infine, un elemento rilevante è il controllo di Internet e i 3 "bloggers" minorenni interpellati con la giustificazione di sorvegliare gli utenti dei servizi in rete e controllare i dati nel quadro del progetto di "Lotta al terrorismo, per la sicurezza e il controllo delle frontiere".

Secondo la DCRG, Direction centrale des renseignements généraux (i servizi di informazione del Ministero degli interni), le sommosse nelle ’banlieues’ non sono state provocate da bande organizzate (Le Monde 7/12/05).
La "condizione sociale di marginalità ed esclusione vissuta dai rivoltosi e dalle loro famiglie", questa sarebbe la ragione delle violenze urbane di novembre nell’analisi presentata dalla DCRG in un rapporto confidenziale del 23/11/05.
Secondo gli specialisti della polizia, l’origine etnica o geografica dei ’casseurs’ non è la principale causa e motivo di violenza. Progressivamente, la Francia, sarebbe precipitata da un clima di "guerriglia urbana", con i primi incidenti legati alla morte dei due adolescenti di Clichy-sous-Bois, all’"insurrezione" e ad un vero e proprio "movimento di rivolta popolare".
Contrariamente alle dichiarazione dell’insieme dei rappresentanti politici, i servizi di informazione della polizia spiegano che il movimento di rivolta non è organizzato, non è manipolato da gruppi criminali o religiosi. La DCRG afferma che non è stata rilevata alcuna "solidarietà tra le ’cités". I movimenti e le organizzazioni politiche della sinistra radicale non hanno "sentito il tuono e visto arrivare il fulmine che ha originato un tale movimento", gli islamici non hanno "alcun ruolo nell’esplosione e nella propagazione delle violenze".
Al contrario, scrivono i funzionari della polizia, questi, per evitare l’amalgama, "avevano tutto l’ interesse ad un rapido ritorno alla calma". D’altro canto, la DCRG constata che "tutto l’arco politico, compresa l’estrema destra, tenta di recuperare e speculare sui risvolti degli avvenimenti di novembre".
Il rapporto spiega anche che "i giovani che vivono nelle zone in rivolta si sentono penalizzati a causa della povertà (video balkany), del colore di pelle e del cognome che hanno". Sentono di avere un handicap provocato dall"assenza di prospettive nella società francese". Viene ampiamente descritta l’esasperazione sociale e "una perdita di fiducia nella Repubblica".
Si tratta di un rapporto molto critico nei confronti delle ’politiche dei comuni’ perché denuncia il vuoto e l’assenza di politiche di "integrazione" considerando che "La Francia si è preoccupata del consenso dato agli integristi islamici e del terrorismo religioso negligendo la complessità del problema delle ’banlieues’".

Questa citazione del rapporto della polizia serve ad eliminare alcune delle ambiguità sollevate dall’ampia letteratura socio-politico-storica che ha intenzionalmente focalizzato l’attenzione su questioni di omogeneità/differenza del ’modello’ francese sull’immigrazione e sulla conseguente omologazione sociale garantita dal mercato del lavoro.

Mappature estranianti perché culturalmente distanti dalla realtà quotidiana vissuta e comunicata dai giovani e meno giovani abitanti delle ’banlieues’, che inevitabilmente finiscono per oscurare la soggettività politica di chi ha partecipato alle rivolte.
Una realtà che può essere condivisa da tutti è sicuramente quella dell’informazione e della comunicazione.
Un ritorno sulla realtà dei media nell’evento ’rivolte delle banlieues’ dello scorso novembre è necessario per capire come in un periodo molto breve un fenomeno ricorrente è stato ’compresso’ e condensato per uso politico: una ventina di giorni, questo è il tempo che è servito al governo per adottare l’emergenza e riesumare il copri-fuoco storico.
L’intensità mediatica delle rivolte ha legittimato pubblicamente le misure repressive, le ha rese ’normali’ con un operazione di ’marketing’ per futuri programmi elettorali.
I media tradizionali non sono stati in grado di restituire il senso politico e sociale delle rivolte. Non sono nemmeno riusciti a contestualizzarle, infatti hanno presentato vittimizzando e criminalizzando in simultanea le realtà coinvolte e nel fare questo hanno utilizzato come contenitore il discorso dell’"integrazione".
Cecità e negazione di fronte al messaggio politico delle rivolte, ridotto ad una lettura dominante in chiave ’coloniale-razziale’ o etnica e religiosa... che va nello stesso senso delle dichiarazioni sulla ’sicurezza’ e la ’civiltà’ elargite da ministri, sindaci e amministratori locali di fondi sociali.
La cultura dei media tradizionali si appropria della pratica politica nel momento in cui questa incendia auto, bus, commissariati, caserme, scuole, quando queste immagini sono riproducubili a scala internazionale e, nello stesso ambito spazio-temporale, riproduce messaggi xenofobi e una visione critica della Francia post-coloniale, un mercato dell’informazione che valorizza i clienti deresponsabilizzati delle politiche sulla sicurezza, la legalità, il civismo.
Le informazioni sulle ’rivolte’ di novembre hanno avuto un impatto enorme indipendentemente dal sistema esponenziale dei grandi media perché esiste une reale domanda e ricerca che si muove oltre e al di là dell"autenticità" codificata dalle agenzie stampa internazionali: la capacità di propagazione delle informazioni e la produzione di comunicazione in rete sono esemplari e questo ci permette di osservare e riflettere in tempo reale (e non virtuale!) sugli eventi; nello stesso modo in cui il sistema sicuritario organizza gli spostamenti e la circolazione di persone per controllare flussi e fare profitti, gli uffici stampa, le Tv, via cavo, satellite, i media in rete, ecc., producono spazi che possono essere osservati, sicurizzati, censurati e rendicontati. Il sistema dei grandi media si presta come ogni altro mercato all’analisi della rappresentazione, in questo senso l’evento mediatico, definito ’spettacolare’, delle rivolte è una sperimentazione la cui autonomia rispetto ai fatti concreti ha prodotto senso politico fuori dal territorio e paese in cui essi sono accaduti.

Sperimentazione legislativa direttamente in rapporto con l’intensificazione mediatica:

-  8 novembre, il governo francese adotta le misure d’eccezione e riesuma il copri-fuoco: la legge del 3 aprile 1955 autorizza "tutte le misure necessarie ad assicurare il controllo degli organi di stampa e pubblicazione di ogni tipo" e, nel contempo si affida alle competenze giuridiche ai tribunali militari è stata prorogata il 19 novembre, lo stato d’eccezione prorogato fino al 21 febbraio ’06, abrogato il 4 gennaio 2006.

-  Applicazione di una giustizia speditiva e sproporzionata (comunicato di "A toutes les victimes") nelle pene; i presunti rivoltosi sono individuati, catturati e immediatamente condannati limitando il diritto alla difesa; una circolare del ministero della Giustizia invita i magistrati e giudici a "mobilizzarsi" ed utilizzare tutte le qualificazioni di reato possibili per perseguire i responsabili di reati e infrazioni, anche minori, alla legge: oltraggio, ribellione a pubblico ufficiale, associazione a delinquere, criminalità organizzata. Un centinaio di minorenni vengono incarcerati.
Le condanne sono numerose ed eccessive, spesso senza condizionale e variano - arbitrariamente (vedi anche: "Il resoconto dei processi" del 9 gennaio 2006) quindi per dare l’esempio - da un tribunale all’altro, da una regione all’altra.

-  Irrigidimento immediato dei controlli sui migranti a cui segue, il 5/1/06, un progetto di legge detto dell’Immigrazione ’usa e getta’. Il documento di lavoro del governo presentato il 18/12/05 prepara una nuova riforma del Codice d’entrata e di soggiorno degli stranieri e del diritto d’asilo (CESEDA). Il contenuto della nuova riforma può essere qualificato come ’inumano’ perché nega i diritti fondamentali della persona: il progetto si iscrive in una deliberata prospettiva utilitaristica. In Francia non verranno accolti stranieri che non sono dichiarati come lavoratori.
Nessuna situazione personale o familiare può giustificare un diritto di residenza e la regolarizzazione diventa una missione impossibile. Il permesso di soggiorno, anche dopo vent’anni, viene azzerato con le nuove norme.

-  Apprendistato a partire dai 14 anni e ampliamento dei benefici ad investimenti privati accompagnati da esoneri sulle imposte pubbliche per le imprese nel quadro-legge ’per le pari opportunità’ (legge che vuole essere anti-discriminatoria nei confronti di giovani originari delle zone ’sensibili’), riassetto e rinforzo dei poteri degli amministratori locali designati alle politiche sociali e alla ’lotta contro la delinquenza’: "La presente legge, il cui obiettivo è di rendere la parità di opportunità accessibile a tutti, comprende 5 punti: educazione, lavoro e sviluppo economico, parità e lotta contro le discriminazioni, famiglia e sostegno al ruolo dei genitori, alla loro autorità e responsabilità, potere ai sindaci per la lotta contro i comportamenti incivili e la creazione di un servizio civile volontario".

-  Facilitazione sistematica del controllo d’identità, controllo delle comunicazioni, sorveglianza dei dati trasmessi in rete.

-  Lotta al terrorismo, sicurezza e controllo delle frontiere.

Il programma governativo di ’prevenzione della delinquenza’ presentato il 20 gennaio, comporta 131 articoli e riguarda l’insieme dei settori di intervento: polizia, giustizia, istruzione, affari sociali, salute, urbanismo, sport, pari opportunità.
Rimandato, riscritto e ribattezzato più volte negli ultimi 3 anni, questo progetto di legge viene esaminato dal consiglio dei ministri in febbraio.
Ecco alcuni punti-proposta:

-  Prevenzione nel settore psichiatrico. Le modalità di internamento psichiatrico saranno riformate rifonzando i poteri dei sindaci e dei prefetti. Il testo prevede di non utilizzare più l’iter di ospedalizzazione accogliendo la richiesta fatta da un parente prossimo nel caso in cui esista la minaccia per la sicurezza di altre persone o motivi di ordine pubblico ma di ricorrere d’ufficio all’internamento in ospedale psichiatrico.

-  Azione educativa. E’ prevista la possibilità per un sindaco di creare un "consiglio per i diritti e doveri delle famiglie" con lo scopo di "prevenire i comportamenti pericolosi per il minore o suscettibili di provocare disordini e danni alle persone e al patrimonio privato e pubblico". Viene proposta un’"assistenza familiare" sotto forma di "contratto di responsabilità" e corsi di formazione per genitori in alternativa all’azione penale.
Il sindaco può intervenire presso i servizi amministrativi designati al versamento delle prestazioni sociali e può richiedere i nominativi dei minori dai 6 ai 16 anni per verificare la frequenza scolastica. I servizi di ’protezione materna e infantile’ partecipano e sono l’avamposto per "individuare e segnalare precocemente i minori che presentano dei sintomi di disagio comportamentale e segni di sofferenza psichica". (Le Monde 20/6/06)

La svolta sulla ’sicurezza’ risale al 1997 con i Consigli Locali di Sicurezza: solo i prefetti, i procuratori e il ministro dell’Interno possono decidere di decurtare o sopprimere le sovvenzioni alle associazioni riluttanti nell’adeguarsi alla svolta sicuritaria. E’ in questo modo che animatori ed educatori di strada sono stati sostituiti da poliziotti, vigili, guardie municipali, videosorveglianza...
A partire da quel momento sono nati i Centri educativi rinforzati che, nei fatti, servono a fare entrare in carcere anche i minori di 16 anni. In seguito, per lottare contro il terrorismo, sono stati vietati i raggruppamenti di giovani nelle entrate degli immobili e introdotte sanzioni penali per chi non ha il biglietto sui trasporti pubblici.

Ma, la rivolta nelle ’banlieues’ ha una storia ricca di più di vent’anni di esperienza politica; nonostante si parli di ’disertificazione politica’ delle zone popolari in seguito alla repressione, al recupero e strumentalizzazione del movimento autonomo dell’immigrazione degli anni ’60, non c’è un vuoto culturale e politico nelle ’banlieues’.
Dal Movimento dei lavoratori arabi (MTA, 1970-1976) al Movimento dell’immigrazione e delle ’banlieues’ ’(MIB, creato nel 1995) passando per Divercité e le associazioni musulmane connotate politicamente a sinistra come l’Unione dei Giovani Musulmani (UJM), i tentativi di organizzare politicamente l’immigrazione ’post-coloniale’ in Francia sono numerosi. Il militantismo degli immigrati viene rappresentato da una serie di figure politiche che corrispondono alle trasformazioni socio-economiche, politiche e urbane della società francese: il "dannato della terra" anticolonialista prima del 1962, il "lavoratore immigrato", il "sans-papiers", il "magrebino", "il musulmano", etc.

Le sommosse urbane di ottobre-novembre seguono una cronologia di 25 anni che è direttamente legata al degrado sociale nelle ’cités’ metropolitane:

* 1979 Vaulx-en -Velin (Lione): prime sommosse con auto bruciate e scontri con la polizia.
* 1981 e 1983, Les Minguettes (Lione): auto bruciate durante i ’rodeo’ con la polizia. Il ministro dell’inteno di allora, socialista, promuove la prigione per i minori alla loro prima condanna e legittima l’assoluzione dei poliziotti responsabili di abusi e violazioni nei confronti di giovani abitanti delle ’cités’.
Nell’ ’83, l’estrema destra formula e propaga l’equazione "immigrazione = delinquenza" e vince le elezioni in alcune municipalità.
Una serie di crimini xenofobi restano impuniti.
Nello stesso anno si svolge la Marche pour l’Egalité (Marcia per l’eguaglianza) da Marsiglia a Parigi, dove alcuni giovani figli di immigrati sono ricevuti dal presidente della Repubblica che promette una riforma liberale per ottenere il permesso di soggiorno e il diritto di fondare associazioni per stranieri. Molti credono che il "problema delle ’banlieues’" sia risolto.
* 1990 Vaulx-en-Velin, 1991 Le Val Fourré (Parigi), 1993 e 1997 Dammarie-lès-Lys, 1998 Tolosa : rivolte e scontri con la polizia che scoppiano dopo la morte di persone inseguite o fermate per controlli di polizia. Nel caso di Dammarie e in altri casi i poliziotti autori dell’omicidio sono assolti e provocano l’esaperazione popolare nei quartieri.
Dal 1999 le rivolte si intensificano e coinvolgono l’intero territorio francese, gli incendi di automobili aumentano progressivamente e diventano una tradizione (circa 20 000 nel 2004 e 28 000 nella prima metà del 2005).

Il 27 ottobre a Clichy-sous-Bois, vicino a Parigi, 3 giovani scalano il muro di cinta di una centrale elettrica nel tentativo di sfuggire ad un controllo di polizia. Insieme, si rifugiano dove c’è un trasformatore ad alta tensione e due muoiono fulminati, uno resta gravemente ustionato e viene ricoverato in ospedale.
Immediatamente, e come da copione, scatta il meccanismo mediatico della disinformazione e della criminalizzazione collettiva, la regia è nelle mani delle autorità: la versione ufficiale dice che la polizia ha ricevuto una segnalazione per furto di materiale in un cantiere edile.
Questa versione verrà in seguito smentita dal sopravvissuto ma la manipolazione dei fatti resta e porta con sè le tracce degli avvenimenti successivi. Una delle cause che determinano l’esplosione sistematica delle ’banlieues’ è la ’verità’ postulata dai media nel trattare le conseguenza di una morte violenta dovuta direttamente o indirettamente all’intervento della polizia.
La sola e unica parola è quella data alle forze dell’ordine. Chi subisce e poi si diventa anche vittima della menzogna istituzionalizzata e questo contraddice con forza e violenza le idee integrazioniste di ’democrazia’, ’giustizia’ e responsabilità ’citoyenne’.
Per cinque notti Clichy diventa teatro della sommossa con incendi d’auto e di immobili, attacchi ai trasporti pubblici, distruzioni di depositi e altri stabilimenti pubblici e privati, scontri con la polizia.
Nella settimana successiva l’agitazione si diffonde e investe i dipartimenti limitrofi e, dal 2 novembre, in molte altre città francesi. La sola notte del 7 novembre la polizia presenta un bilancio di 1410 mezzi bruciati e 400 arresti. L’8 novembre il governo, dopo un minuetto a scopo elettorale tra il primo ministro M. de Villepin e Sarkozy, decreta lo stato d’emergenza. La macchina giudiziaria e repressiva, oliata, si mette in moto.

Non si può essere ’sorpresi’ della sommossa dell’autunno 2005.
Una falsa ignoranza è servita alla messa in opera di misure repressive utilizzando il territorio metropolitano ed il tessuto sociale, a livello europeo, come laboratorio giuridico-penale... la ’République’ in pericolo ’eccezionalmente’ esige la sperimentazione dell’emergenza... su scala nazionale, ed oltre.
In realtà, la classe politica francese conosce ma vuole ignorare la’ frattura sociale’.

Oltralpe, e agli osservatori esterni, le rivolte risultano inedite per due motivi:

-  una copertura mediatica senza precedenti

-  la durata e la quantità ’virale’ di episodi che hanno contagiato le aree metropolitane e le piccole realtà cittadine della provincia allo stesso tempo.
Infatti, nel corso della terza settimana, la polizia decide di non rendere pubblico il numero di auto e mezzi incendiatie, di conseguenza, i media si adeguano...
Il disinteresse generale dei media per i danni è un elemento che rende strumentale il riciclaggio dei finanziamenti destinati alla qualità della vita nelle ’cités’: la spettacolarizzazione degli incendi seguita dal silenzio stampa decretato dalle prefetture sottolinea e denuncia l’assenza di progetto politico non da parte dei giovani e meno giovani ’banlieusards’ sommersi o salvati che siano, ma da parte dei governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni.

La campagna stampa promossa dal ministro degli interni Sarkozy per identificare i rivoltosi con possibili organizzazioni, religiose, politiche o criminali, tese al complotto contro l’integrità della nazione e del popolo francese, ha efficacemente assimilato il profilo del ’giovane delinquente’ perché disoccupato teso a proteggere i proprio spazio di trafficante dall’intrusione della polizia. Prova di questa ’organizzazione’ è - secondo gli uffici stampa delle autorità - l’uso dei telefoni cellulari e di internet che permettono di sicronizzare e gestire l’azione collettiva.

La tesi del complotto sarà smentita, il 23 novembre ’05, dagli stessi servizi di informazione (RG) del Ministero degli interni, mentre il Sindacato della Magistratura, tendenzialmente a sinistra, interviene per contraddire la tesi formulata dalle forze dell’ordine secondo cui la maggior parte dei rivoltosi arrestati sono "conosciuti sai servizi della polizia" , definizione comunemente utilizzata in questura per le persone che vengono accusate senza prove.
Invece, la polizia era preparata perché già nel corso della prima notte di rivolta ha utilizzato i ’flashball’ (video), arma anti-sommossa fino ad allora in dotazione esclusiva della BAC (Brigade anti-criminalité) e, nel contempo, Sarkozy ha intenzionalmente perseverato nella provocazione e nell’offesa delle popolazioni, non solo giovanili, delle ’cités’: il 20 giugno 2005, in seguito ad un omicidio in una città della regione parigina, dichiara: "Ripulirò la ’cité’ con l’aspirapolvere a pressione"; il 25 ottobre 2005, due giorni prima della rivolta, rispondendo ad una madre davanti alle telecamere della TV: "Lei non ne può più della ’racaille’? Bene, ho deciso di liberarla da questo problema".
La parola ’racaille’ è un termine particolarmente dispregiativo che le autorità usano per insultare i figli nati o arrivati in Francia con l’immigrazione coloniale.
Sarkozy da tempo strumentalizza politicamente il tema dell’’insicurezza’ e autorizza pubblicamente, come ministro degli interni, gli abusi polizieschi. Le forze dell’ordine sono arroganti e aggressive e non esitano a provocare incidenti con gli abitanti delle ’banlieues’, spesso sono responsabili di omicidi che restano impuniti.
Tutto parla di rivolte sociali, salvo eccezioni, le persone che hanno partecipato al movimento non sono immigrati ma cittadini francesi figli di immigrati che vengono stigmatizzati come ’minoranza’ ai margini di una società che non è capace di produrre alternative all’’integrazione’ o all’esclusione. Sarkozy aveva annunciato l’espulsione degli stranieri coinvolti nella sommossa ma solo sette non-francesi sono stati arrestati e, fino ad oggi, nessun tribunale ha giustificato la cacciata dal territorio francese.
Ma il fatto di trattare i rivoltosi come ’stranieri’ ha aperto la breccia a discorsi più bellicosi e radicalmente reazionari come quello sul carattere etnico-religioso delle rivolte e quello, complementare, che mette al bando i giovani (francesi e nati in Francia) insoddisfatti del trattamento loro riservato e li invita a "tornare al paese di origine della famiglia’".

Le rivolte sociali urbane sono un prodotto della politica francese sull’immigrazione.
Incomprensione, discriminazione e repressione hanno caratterizzato il confronto con le istituzioni e reso sterili i programmi sociali di governo, sia di destra che di sinistra.
La Francia è uno dei vecchi paesi di immigrazione europei, 150 anni di importazione di lavoro ’straniero’ per garantire la produzione nazionale, le operazioni militari e per contribuire all’aumento del tasso di natalità.
Oggi, dopo oltre trent’anni di divieto di immigrazione permanente per motivi di lavoro sul territorio francese (nel 1974 si interrompe l’importazione di massa di mano d’opera migrante a beneficio delle industrie e delle miniere), il numero degli immigrati si è stabilizzato ma moltissimi sono costretti ad una vita clandestina e sono perseguitati dall’amministrazione pubblica, tollerati solo se rendono servizi a costo minimo per gli imprenditori di alcuni settori del mercato, come l’edilizia e l’agricoltura.

I lavoratori immigrati hanno lottato duramente in particolare per rivendicare il diritto alla casa e i diritti legati alla cittadinanza infrangendo la mitologia nazionale dell’immigrato docile e sottomesso, pronto ad accettare tutto pur di nutrire la famiglia rimasta al paese, risparmiare per il ritorno e quindi, ’di passaggio’, lavoratori con permanenza temporanea in attesa di accumulare economie da fare fruttificare altrove.
Malgrado le pessime condizioni di vita e di lavoro e l’accanimento xenofobo gli immigrati si sono installati, hanno fondato famiglia, e hanno subito il contraccolpo della ristrutturazione economica che li ha porta ad affrontare per primi il processo di precarizzazione del mercato del lavoro.
Mentre i padri e le madri alternano la disoccupazione al lavoro in nero, i figli non trovano spazio nel sistema educativo ed economico francese dominante. Sono esclusi dal, modello che li vorrebbe ’integrare’ e fanno irruzione sulla scena sociale e politica all’inizio degli anni ’80 (Marche pour l’Egalité, 1983).
Da quel momento storico saranno percepiti e messi all’indice come "incivili", ribelli, delinquenti, incapaci di adattarsi alla disciplina scolastica e professionale, pericolosi per la società ’francese’. L’utilitarismo ereditario resta nel linguaggio comune: un immigrato di prima, seconda o terza generazione designa un cittadino francese come ’non-francese’.
E’ in questo contesto che il "controllo dei flussi migratori" e "la lotta all’immigrazione clandestina" permettono di dare un senso alla politica dell"integrazione" con lo scopo di integrare gli stranieri che vivono in Francia e garantire loro una completa equità di trattamento. Ma parlare di obiettivo volto all’"integrazione" dei figli o nipoti di immigrati nati in Francia è irrazionale perché non c’è motivo di "integrare" dei francesi più di altri francesi...
Negli anni ’90 le giovani generazioni di origine algerina o magrebina diventano "Arabi" e "musulmani" per sottolineare l’aspetto culturale ed etnico invece che l’aspetto sociale del degrado economico che da trent’anni investe una società frammentata dove l’aggregazione appare possibile solo se letta attraverso il loop della religione. Nei media si parla dei "giovani delle ’banlieues’" per dire giovani "neri" e giovani "arabi", rimuovendo l’insieme della popolazione che vive nelle ’cités’.
Nel 1991 un rapporto ufficiale del governo definisce il "modello francese di integrazione" in seguito al decreto che vieta il foulard islamico a scuola (1989), qualificandolo come "repubblicano". Questo sistema - è anacronistico parlare di modello - è orientato verso il particolarismo linguistico e religioso, soprattutto musulmano, secondo una logica che considera sospetti tutti i comportamenti che evocano il pluralismo etnico, gli schemi multiculturali e di assimilazione comunitaria, vengono considerati pericolosi per l’unità nazionale. Dal 2003, una legge impone agli stranieri che intendono chiedere la residenza in Francia un "contratto d’integrazione" che esige il "rispetto delle leggi e dei valori della Repubblica" ; questa legge sarà seguita da un rapporto ufficiale in cui l’ignoranza della lingua francese viene presentata come fattore di potenziale criminalità. Un modello sociale svuotato di senso e distorto dove vige l’ingiunzione all’integrazione e parallelamente si considera e si ricorda all’ "altro" , che è minoritario e inferiore, e dove la realtà violenta della segregazione non è mai riuscita a convivere con l’immaginario dei diritti. L’"égalité, liberté, fraternité" che ha valorizzato la ’République’ brucia perché è un logo provocatorio.

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